Da Siem Reap a Battambang navigando sul Tonlé Sap

Un viaggio è fatto di momenti che vuoi o non vuoi si tramutano in ricordi. Alcuni restano vividi nonostante il decorso del tempo mentre altri sfumano lentamente nell’oblio, o quasi. Ecco perché, nonostante siano passati ormai quasi due mesi dal termine del mio viaggio in Cambogia, ogni tanto mi ritrovo davanti a un foglio bianco per scrivere un nuovo capitolo. Tento di cristallizzare i ricordi affinché il tempo non se li porti via. La Cambogia è un paese che mi ha regalato tanti bei momenti e rievocarli, fino quasi a riviverli con la mente, è qualcosa che mi scalda il cuore. Uno di questi, probabilmente uno dei più intensi, è il tragitto in barca da Siem Reap a Battambang navigando sul Tonlé Sap.

Su Siem Reap non ho molto da dire. Tappa obbligata e necessaria per la visita dei templi di Angkor – definirli spettacolari è riduttivo – di per sé non ha nulla di interessante da offrire. Battambang, al contrario, è una miniera colma d’oro e non a caso è uno dei must di un viaggio in Cambogia. Il luogo ideale per rilassare la mente e arricchire lo spirito in un colpo solo!

Ma non vi parlerò né dell’una né dell’altra, quantomeno non ora, perché il vero protagonista di questa storia è il Tonlé Sap che da Siem Reap mi ha condotta a Battambang.

Il Tonlé Sap

Per chi non lo sapesse, il Tonlé Sap è il più grande lago di acqua dolce del Sud-Est asiatico dichiarato dall’UNESCO, nel 1997, Riserva della Biosfera.

Il suo nome, che letteralmente significa “grande fiume dalle acque fresche”, viene comunemente tradotto come “grande lago” ma di fatto il Tonlé Sap include sia il lago che i suoi immissari e rappresenta un vero e proprio eco-sistema a sé stante. Sulle sue acque si affacciano cinque province con circa tre milioni di abitanti che dal Tonlé Sap traggono il loro sostentamento e approvvigionano l’intero paese di più della metà del pesce consumato quotidianamente dai cambogiani.

Ma la vera peculiarità del Tonlé Sap sta nella sua morfologia che durante la stagione delle piogge – da giugno a ottobre – si trasforma e muta sia nell’aspetto che nelle dimensioni. La superficie si quadruplica, la profondità si quintuplica e in men che non si dica tutta l’area circostante diventa un continuum con l’enorme bacino lacustre. Le acque dell’omonimo fiume Tonlé Sap, naturale emissario del lago, vengono riconvogliate verso l’interno dall’imponente Mekong e diventa il luogo perfetto per la riproduzione di ogni tipo di pesce che a sua volta attira una varietà impressionante di uccelli generando uno spettacolo unico nel suo genere.

Questo è quanto uno si aspetta di vedere navigando sul Tonlé Sap, quantomeno se si trova in Cambogia durante la stagione delle piogge. Superfluo a dirsi che non è stato il mio caso visto che ero lì a gennaio e non solo non ho visto nulla di tutto ciò ma quella mattina il Tonlé Sap era talmente in secca che ho rischiato di dover raggiungere Battambang a piedi attraversando la Cambogia più remota, sotto il peso dello zaino che a 35°C sembra un macigno. Ebbene si, lo confesso, mi vedevo spacciata…

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Navigando sul Tonlé Sap

Da Siem Reap a Battambang navigando sul Tonlé Sap

Lasciamo Battambang la mattina di buon’ora. Il sole è sorto da poco e il cielo ha assunto le sembianze di un quadro espressionista. I giorni a Siem Reap sono stati intensi e sono ancora pregna dell’energia di Angkor ma ho voglia di cambiare aria e di passare a una Cambogia diversa, un pochino più a misura d’uomo. Sebbene abbia letto poco e niente su cosa fare a Battambang le aspettative sono alte. Sarà che ha un bel suono e io sono sensibile alla musica, non lo so.

Il 95% dei passeggeri sono barang, come me. Il termine barang è nato per indicare i francesi durante il colonialismo e un po’ come il gringo (America Latina) o il mzoungu (Africa Orientale) si è poi ampliato e oggi si usa per definire i bianchi, gli occidentali in genere. Nonostante il battello sia rudimentale e non dia l’idea di essere ad hoc per i turisti, di fatto il costo del biglietto è molto più elevato di quello del bus e ciò, credo, spiega l’assenza quasi totale di locali.

Iniziamo a navigare sulle acque del Tonlé Sap a velocità sostenuta fino a quando, dopo non so quanto tempo, avviciniamo i primi villaggi galleggianti. Li avevo già visti in Birmania sul lago Inle ma li trovo molto pittoreschi e non mi dispiace replicare, tutt’altro. Queste forme di vita così diverse mi incuriosiscono e mi entusiasmano sempre.

Attraversando il primo villaggio mi chiedo come possa essere vivere sull’acqua e cosa, o chi, ne scandisca il ritmo. È una vita talmente lontana dalla nostra da sembrare irreale e domande del tipo “dove butteranno la carta igienica?” può apparire banale ma non lo è, almeno per me. Peccato sia difficile, se non impossibile, trovare risposte. La maggior parte dei cambogiani che vivono sul Tonlé Sap – a voler essere magnanima per non dire “tutti” – parlano solo khmer e non resta altro da far che lasciar correre l’immaginazione.

Ci fermiamo a fare rifornimento di cibo ma nonostante non sia una che se la mena troppo, stavolta preferisco evitare. Rischiare di rovinarsi il viaggio per imprudenza è sciocco. Diversamente, se avessi avuto la possibilità di trascorrere del tempo con loro non mi sarei tirata indietro davanti a nulla perché il quel caso l’esperienza avrebbe avuto il sopravvento sul buon senso ma così, tanto per, non ne vale la pena.

Avanziamo lungo il Tonlé Sap a bordo del nostro trabiccolo risalente a chissà quale epoca che subito dopo aver imboccato il primo corso d’acqua inizia a tossicchiare. Procediamo con lentezza davanti al paesaggio camaleontico. Lo spazio aperto del Tonlé Sap145 km di lunghezza per 40 km di larghezza – non esiste più. Al suo posto gli argini stretti di un suo emissario e il colore dell’acqua che fino a poco fa oscillava tra il verde e l’azzurro ora è marrone, striata di giallo.

Le case nell’acqua – che per inciso diventa sempre meno profonda con grande preoccupazione per tutti noi – hanno lasciato il posto a catapecchie che si affacciano sul fiume sul fiume. Sempre più rade, sempre più solitarie, sempre più isolate. Sono turbata da quanto vedo – o meglio da quanto “non vedo” – e ciò mi impedisce di godere del privilegio di essere una barang.

La miseria avanza, inesorabile, quasi palpabile.

Non è la prima volta che mi trovo ad affrontare scene di questo tipo ma è qualcosa a cui non riesco ad abituarmi e a dirla tutta nemmeno voglio abituarmici. Fa male, maledettamente male, ma vivere queste esperienze, seppur da lontano, mi aiuta a essere una persona migliore.

Ho imparato tante cose viaggiando. Piccole cose che mi fanno sentire meglio.

Ho imparato a chiudere il rubinetto dell’acqua quando mi lavo i denti o mentre sono sotto la doccia perché ci sono luoghi, nel mondo, dove l’acqua non c’è.

Ho imparato a non riempire il frigorifero come se non ci fosse un domani per poi buttare la metà del cibo scaduta in pattumiera perché ci sono luoghi, nel mondo, dove il cibo non c’è.

Ho imparato anche a non essere impaziente quando al supermercato trovo la cassiera lenta perché il tempo non è mai buttato, è nostro alleato, e in quei dieci minuti possono succedere tante cose anche se sono in fila per pagare la spesa.

Ma soprattutto ho imparato a non lamentarmi più e ad apprezzare ogni singolo momento che la vita mi regala perché ci sono luoghi, nel mondo, in cui la vita vale meno di uno straccio.

Per questo non voglio abituarmi a scene di questo tipo. Abituarcisi significa non vedere più e perdere la sensibilità di fronte a quanto accade attorno a noi.

Sono immersa in queste elucubrazioni quando Peter, un inglese mezzo matto che non mi da tregua da quando siamo partiti, mi finisce addosso come un sacco di patate. Ci siamo incagliati… in mezzo al nulla!

Come spesso accade in situazioni simili a questa, nessuno dice una parola e i più volenterosi scendono a spingere. Non ho idea di quanto pesi questo bestione ma l’espressione dei miei compagni di viaggio con l’acqua fino alla cinta è piuttosto eloquente.

Dopo una decina di minuti tra sforzi e gemiti privi di piacere si riparte. Sempre più lentamente, sempre più faticosamente. A piedi c’impiegheremmo la metà del tempo, penso un istante prima di insabbiarci per la seconda volta. Scoppio in una risata isterica ripensando al viaggio di sesstantadue ore a bordo di un autobus africano per coprire i 1.500 chilometri che separano Dakar da Bamako.

Rimasti in secca nella Cambogia rurale

Di questo passo, a Battambang non arriviamo nemmeno domani – dico a Conny preoccupata. E stasera ci perdiamo l’appuntamento con i pipistrelli – risponde lei ridendo.

Per farla breve, ci fanno scendere tutti – con una bottiglietta d’acqua al seguito, evidentemente la cosa non è poi così sporadica visto che sono partiti equipaggiati – e invitano chi non spinge a camminare per un paio di chilometri costeggiando il fiume. Siamo tutti un po’ perplessi ma non abbiamo alternative e attraversiamo questa terra desolata sotto il sole inclemente delle due del pomeriggio.

Poco dopo sentiamo il rumore del motore alle nostre spalle e giulivi innestiamo il turbo per raggiungere il mezzo di locomozione. Sono ormai sette ore che siamo in viaggio e iniziamo un po’ tutti ad accusare la stanchezza. Battambang sembra un miraggio. Mancano solo ventiquattro chilometri ma potremmo impiegarci ore – osserva un olandese che si è addormentato sotto il sole e ha assunto il colore di un’aragosta.

Ecco, sembra che l’abbia chiamata! Una barzelletta! Siamo di nuovo costretti a scendere e camminare in mezzo alla sterpaglia che non è affatto piacevole in infradito, bagnati tutti fino alla vita e completamente scoraggiati.

Alla fine tutto è bene quel che finisce bene e alle cinque del pomeriggio arriviamo a Battambang senza ulteriori intoppi. Siamo tutti abbastanza provati e al porto ognuno di noi prende la sua strada agognando una branda. Fatta eccezione per Peter che non ci molla nemmeno per cena…

Cosa fare a Battambang e dintorni?

Battambang ci cattura subito e decidiamo di trascorrere tre giorni in città. Abbiamo tempo entrambe e vogliamo gustarcela a fondo. Tra l’altro abbiamo un appartamento tutto per noi. Dovevamo essere ospiti di un musicista cambogiano conosciuto tramite il couchsurfing che alla fine ha avuto un imprevisto e ci ha lasciato le chiavi di casa. Sono basita dinanzi a tanta generosità e fiducia dimostrata verso me e Conny. L’ennesimo che, senza conoscerci, ci ha aperto le porte di casa come se fossimo amici di vecchia data. Voi lo fareste mai? Io, onestamente, non lo so…

E ora, per dare a questo racconto un po’ di senso pratico, vi darò giusto due dritte su cosa fare a Battambang e dintorni con la speranza, chiaramente, di incuriosirvi e farvi venire voglia di andarci. Ne vale la pena…

Oddio, a dirla tutta Battambang città non ha molto da offrire ma ha un’atmosfera piacevole e un po’ decadente che unita alla posizione – sul fiume – fa volare via il tempo senza che te ne accorgi. Indubbiamente più interessanti i dintorni da esplorare, rigorosamente, in bicicletta. Le noleggiano per due dollari al giorno se non ricordo male e a mio avviso girare tra i villaggi in bicicletta è una delle cose più belle che ci sia in Asia.

Una delle cose che varie persone mi hanno consigliato di fare a Battambang – ma purtroppo non sono riuscita – è assistere a uno spettacolo di circo in cui si esibiscono i giovani acrobati della scuola circense cittadina. Sembra sia qualcosa di imperdibile con acrobazie spettacolari che si susseguono a ritmi indiavolati.

Fare un giro sul Bambu Train

Sebbene estreamemente turistico, a Battambang vi consiglio di provare il Bambu Train.

Si tratta di una piattaforma di legno e bambu posizionata su un sistema di ruote che si tolgono e si mettono all’occorrenza e che viaggiano, ovviamente, sulle rotaie del treno.

Il tragitto di sette chilometri dura circa venti minuti e si rivela molto divertente quando dalla parte opposta al tuo senso di marcia arriva un altro trenino di bambu. A quel punto tutto si ferma e uno dei due – non ho capito come funzionano le precedenze – smonta il treno separando la piattaforma dalle ruote e attende che l’altro passi per ricomporlo.

Oggi, ribadisco, è una cosa per turisti ma un tempo veniva utilizzata dai cambogiani per spostarsi trasportando merce nel corto raggio.

Il costo del biglietto per un giro sul trenino di bambù è di 5 dollari andata e ritorno, tutto sommato onesto!

Il Bambu Train

Noleggiare una bicicletta e girare per i villaggi nei dintorni di Battambang

Come ho detto prima, prendere una bici a noleggio e perdersi seguendo stradine polverose che conducono nelle zone più rurali è una delle cose più belle da fare in Asia in generale e in Cambogia in particolare. Quantomeno secondo me e i dintorni di Battambang si prestano benissimo al gioco. La Cambogia rurale trasmette una piacevole sensazione di quiete che ti avvolge in un abbraccio e come per magia ti entra dentro e si diffonde lungo il corpo come sangue nelle vene.

Anche qui, come in altri luoghi, la comunicazione verbale è assente ma ci si capisce con i gesti e i sorrisi ed è una cosa meravigliosa.

I villaggi nei dintorni di Battambang

Incontri nei dintorni di Battambang

Se trovate la strada per raggiungere il villaggio di Phean Ek potrete vedere il processo di produzione della carta di riso, quella dei tanto adorati spring rolls. È un po’ difficile da individuare nonostante sia sulla strada principale perché non è un’attrattiva per turisti ma una piccola azienda a conduzione familiare e ci passi davanti senza quasi vederla. Superfluo a dirsi che è possibile osservare ma senza spiegazioni, a meno che non parliate khmer.

Un’intera giornata da trascorrere tra villaggi bucolici attraverso paesaggi che trasmettono pace e serenità. Non vi pare il top?

In bicicletta nei dintorni di Battambang

Assolutamente da non perdere nel tour in bicicletta la colossale statua del Buddha che si trova sulla strada per raggiungere il Wat Ek Phnom, un tempio del XI secolo parzialmente in rovina. Bello anche lui ma il Buddha che si affaccia sulla strada è per me il non plusultra.

Il Grande Buddha che si affaccia sulla strada

Tra templi, killing caves e pipistrelli al tramonto in tuc-tuc

Un’altra delle cose assolutamente da fare a Battambang è contrattare un tuc-tuc per visitare i dintorni meno vicini. Noi per 15 dollari abbiamo fatto un bel giro che includeva il Prasat Banan, il Phnom Sampeau e le Bat Caves.

Il primo si raggiunge salendo 358 scalini molto ripidi e regala una bella vista sulle campagne circostanti.

Il secondo è un complesso di templi abbarbicato su una fiabesca formazione calcarea e che si raggiunge dopo essere passati per le agghiaccianti Grotte dell’Eccidio di Phnom Penh.

Le Bat Caves offrono uno spettacolo incredibile. Tra le 17.30 e le 18.00, appuntamento fisso sulla montagna adiacente il Phnom Sampeau per assistere allo spettacolo di migliaia – o milioni – di pipistrelli che al crepuscolo escono dalla bocca di una grotta e come un fiume volante tagliano il cielo per decine e decine di minuti, ininterrottamente! Un’altra maestosa opera della Madre Terra.

Il tramonto alle Bat Caves

***

Cosa vi avevo detto? Alla fine i tre giorni a Battambang sono volati anche troppo velocemente. La Cambogia l’ho trovata splendida e non tanto – o non solo – per le cose che ho visto ma per come mi sono sentita quando ero lì.

Un paese che va ben oltre la bellezza dei templi di Angkor.

Un paese che è un peccato liquidare in pochi giorni come fanno i più.

Un paese che difficilmente si dimentica.

La Globetrotter

Se non hai ancora letto la mia avventura a bordo dell’autobus africano, leggi Dal Senegal al Mali on the road, il viaggio della speranza

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4 comments

  1. Alfonso

    Ecco come una perfetta Baragan ci trasporta in una dimensione surreale, lontana anni luce dal nostro consumismo occidentale. Ma mi perdonerai se per una volta non elogio la viaggiatrice, credo di averlo fatto in tutte le salse,ma la priorità va a una donna straordinaria, che ci dà una lezzione di vita, a quanti non apprezzo ciò che hanno, ignari o cechi, del mondo che ci circonda. Come non si può adorare una donna così, come non essere lusingato di conoscerti, un forte abbracciooooo

    • Diana
      Author

      Alfonso… non esagerare ora che poi mi monto la testa vertiginosamente e la cosa non sarebbe positiva, non sarei più io! Grazie comunque per il tuo commento, ovviamente sempre ben gradito…

  2. Riccardo

    Iniziare la settimana leggendo il tuo post, lasciandosi trasportare in un mondo all’apparenza lontano ma che ti fa vibrare le corde dell’anima viaggiatrice che alberga in tanti di noi…bhe, è un inizio di settimana che preannuncia grandi cose!!

    • Diana
      Author

      Ahahah… e io inizio la giornata con il tuo bel commento e con i vicini che mi suonano perché al piano di sotto c’è una perdita d’acqua… come la mettiamo? Besitos Riky, grazie…

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