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Sulla costa del Kenya, tra il paradiso e l’inferno

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Sulla spiaggia di Mayungu

Sulla costa del Kenya ci potrei scrivere un romanzo e magari, chi lo sa, un giorno lo farò anche, ma non è questo il luogo né il momento adatto per sollevare un polverone. Mi limiterò quindi a raccontare qualcosa dei giorni trascorsi tra la costa meridionale e la costa settentrionale e buttare giù qualche considerazione personale su una parte di Kenya che ha in sé tutto il potenziale per essere un paradiso e che la presenza dell’uomo – occidentale e non – mi ha fatto vivere come un inferno.

Tengo a sottolineare che non è stato facile decidere di scrivere questo post. Probabilmente molte persone mi giudicheranno cinica, insensibile, senza cuore. Magari chi è follemente innamorato del Kenya mi taccerà di non aver capito nulla di questo paese così straordinario. A qualcuno, indubbiamente, le mie considerazioni appariranno banali.

Che tu ci creda o no, quella più arrabbiata di tutti sono io che probabilmente ho perso l’ingenuità dei primi viaggi quando vedevo tutto rose e fiori e vagavo unicamente sull’onda delle emozioni. Sono arrabbiata con me stessa perché oggi non riesco più a tapparmi il naso quando sento puzza di cibo andato a male. Sono arrabbiata con me stessa perché il mio amore per l’Africa – intenso, benché diverso. da quello che nutro per l’America Latina – non è stato sufficiente a carpire e godere unicamente della sua bellezza. E mezzo romanzo direi che l’ho già scritto…

La costa del Kenya: da Mombasa a Diani Beach

Dopo i primi due giorni trascorsi a Mombasa ospite di una famiglia kenyota mi sposto a Diani Beach, sulla costa meridionale del Kenya. Una lunghissima spiaggia pressoché deserta di arena finissima costeggiata di palme e bagnata da acque dalle mille sfumature di blu.

Il paradiso, penso non appena la vedo. Il paradiso in terra. Peccato che al posto degli angeli ci siano i beach boys che rendono i miei tre giorni a Diani Beach un inferno facendomi preferire la piscina dell’ostello alla spiaggia idilliaca poco distante.

Probabilmente penserai che sono esagerata! Esagerata un par de palle, perdonami l’espressione! Io rispetto gli altri e sono la prima a cercare e a privilegiare il contatto con i locali, ma tutto ha un limite! I beach boys sono noiosi e appiccicosi come le mosche, e se non la pensi così probabilmente è perché non hai mai fatto un viaggio da sole da queste parti!

Ti confesso che prima di decidere di venire in Kenya non sapevo nemmeno che esistessero i beach boys! Se sei nella mia stessa situazione, riassumo il concetto con un aggettivo. Asfissianti!

Oltre a cercare di rifilarti tutti le stesse cose – tours, gadgets, droga, sesso, qualcuno c’ha provato anche con la madre morta! – intortandoti con le stesse storie raccontate con le stesse parole (la fantasia non è la loro prerogativa principale!), non ti mollano fino a quando non perdi i lumi della ragione! Insomma, io lavoro e risparmio tanti mesi per farmi un viaggio tranquillo e rilassato e sono costretta ad andare fuori di matto per riuscire a starmene per fatti miei? Ma stiamo scherzando?

Canyon di Marafa

Sia chiaro, non è la loro presenza sulle spiagge a infastidirmi, ma l’insistenza e la mancanza di rispetto nei confronti di chi, come me, non cerca altro che un momento di contemplazione in riva al mare!

Il primo giorno, presa dallo sfinimento, accetto l’invito di uno di loro a bere una birra! Ebbene, avresti dovuto vedere la sua faccia quando, seduti al bar con lui già bello arzillo che mi dichiara amore eterno mentre si appresta a ordinare il secondo giro, gli chiedo se ha i soldi per pagarsi le sue birre. Rimane di sasso e inizia ad arrampicarsi sugli specchi parlandomi di condivisione. Certo, rispondo io. Condividiamo la birra e condividiamo anche il conto, e sono generosa visto che mi hai invitata tu! Ci pensa un po’ su e poi preferisce chiudere lì la serata! Esilarante il momento in cui la cameriera mi presenta il conto – anche per lei è scontato che a pagare sia io! – e lui realizza finalmente che non sto scherzando e che, volente o nolente, gli tocca metterci del suo.

Non è per avarizia! Sono stata ben contenta, a Mombasa, di fare la spesa per la famiglia che mi ospitava sfamando, senza esagerare, tutto il circondario, ma sarò pur libera di decidere io come spendere i miei soldi e con chi? Non ti cerco, ti sopporto e devo anche pagare per la poco gradita compagnia? Ma mi hai presa per Babbo Natale?

Per farla breve, l’unico modo per toglierteli di torno è quello di diventare aggressiva. Solo allora si decidono a lasciarti in pace, anche se poi la pace dura a dir tanto pochi minuti perché via uno, se ne fa subito sotto un altro.

Ecco spiegato perché una spiaggia meravigliosa come Diani Beach è semideserta. Rarissime le persone stese al sole ad abbronzarsi, qualcuna in più la vedi passeggiare lungo la spiaggia con il codazzo al seguito. La maggior parte rimane chiusa in albergo, magari in piscina, e quel mare da sogno lo rimira dalla terrazza del resort! Viva la libertà… provare per credere!

Il bosco dei baobab

Diretta a Malindi

Inutile dirti che dopo tre giorni così ho un diavolo per capello e decido di spostarmi sulla costa settentrionale del Kenya per vedere che aria tira da quelle parti.

Sul matatu tra Diani Beach e Likoni conosco una ragazza con cui scambio qualche parola. Finalmente, penso contenta, una che mi parla senza aspettarsi nulla in cambio. Dopo un quarto d’ora, giunte a destinazione, ci congediamo con la promessa che se mai tornerò a Diani Beach, la chiamerò. E qui inizia lo stalkeraggio. Smetto pure di contare le chiamate e i messaggi ricevuti nei giorni a seguire in cui mi chiede quando tornerò a trovarla. I miss you so much! Come ti può mancare qualcuno con cui hai scambiato a dir tanto qualche parola non lo so. Vada con i maschi che si cercano la mzungu di turno a cui regalare un po’ di piacere in cambio di qualche dono – e con me, s’è capito, non c’è trippa per gatti – ma le donne anche no!

Insomma, arrivo sulla costa del Kenya, quella settentrionale, mezza esaurita e ignara del fatto che il peggio deve ancora venire.

A Malindi sono ospite di Laura, un’italiana che quattro anni fa ha lasciato la sua comoda vita in Piemonte per trasferirsi in Kenya dove ha costruito un graziosissimo B&B a Mssoloni, un villaggio a pochi chilometri dalla città. Una donna pazzesca e una storia altrettanto pazzesca. Assolutamente da conoscere se si vuole vivere un’esperienza di vita intensa sulla costa del Kenya. Pensa che nell’attesa che fosse pronta la sua attuale dimora, ha vissuto per ben un anno in un villaggio di pescatori, totalmente immersa nella quotidianità kenyota. Mi ha portata nella casa in cui abitava e io, che mi adatto a tutto, non avrei resistito più di paio di giorni. Stima profonda.

Comunque sia, non appena la vedo le vomito addosso tutto il mio disagio e a quanto pare sfondo una porta aperta. Lei non mi dice nulla, mi ascolta sorridendo come per dire “benvenuta in Kenya mzungu”. Alla fine del mio sfogo si limita a consigliarmi di leggere un libro, Mali d’Africa, di una tale Sara Cardelli. Il libro, a mio modesto parere, è scritto con i piedi ma mette in piazza molte piaghe di questo paese che si palesano solo a chi lo vive veramente, come uno di loro. Piaghe che, senza falsa modestia, io avevo comunque subodorato. Viaggiare tanto servirà pure a qualcosa!

Trascorro dieci giorni sulla costa settentrionale del Kenya perennemente combattuta tra il desiderio di restare e quello di fuggire.

I paesaggi sono mozzafiato, i colori della terra e del bush strepitosi, le spiagge meravigliose, il safari allo Tsavo Est emozionante come poche cose nella vita, per non parlare del gioco di forme del Canyon di Marafa, del pittoresco mercato di Malindi e della splendida cerimonia religiosa nella chiesa di Mussoloni che mi riempie il cuore di gioia. Tutto questo, inutile negarlo, mi conquista. Purtroppo, però, quel che vedo oltre non mi consente di godere a pieno di questo paradiso.

Safari allo Tsavo est

Su questa parte di costa del Kenya ti senti ovunque fuorché in Africa. L’italiano è la seconda lingua imposta dalla presenza massiccia di connazionali che ne hanno fatto la loro residenza più o meno permanente. Fin qua poco male, non è l’unico luogo al mondo colonizzato da stranieri. Anche il Morro di Sao Paulo, in Brasile, altro non è che una colonia argentina. La cosa non mi aggrada, ma l’accetto.

Qui, più dei beach boys, sempre presenti e altrettanto fastidiosi – a turbarmi sono i bambini. I meravigliosi bambini africani che ti strappano il cuore e che quando ti vedono passare ti salutano in coro con un bel Ciao caramella. Ma ti pare che in un paese dove mangiano quotidianamente ugali – polenta a base di manioca – e poco più, ti vengano a chiedere le caramelle? Che poi a trent’anni sono tutti sdentati perché non hanno i soldi per curarsi! Mi spieghi cosa c’è di bello in tutto ciò? Perché io proprio non lo vedo! Non è la mia prima esperienza in questa parte di mondo, tra il 2006 e il 2010 ho visitato buona parte dell’Africa Occidentale e fatta eccezione per qualche località particolarmente turistica dove i bambini mi chiedevano le penne, non ricordo un tale livello di accattonaggio.

E non finisce qua! Non so a te, ma a me vedere vecchi e vecchie mzungu in compagnia di giovani che hanno l’età dei loro figli, quando non addirittura dei nipoti, fa un certo effetto. Nella migliore delle ipotesi ci innamoriamo della loro semplicità e ingenuità, ignari del fatto che loro puntano solo al nostro portafogli! E nella peggiore delle ipotesi, è superfluo dire qualunque cosa!!

Nel 2003, a Cuba, conobbi una bellissima ragazza poco più che ventenne che stava con un vecchio tedesco. La sera del mio arrivo coincideva con la partenza del suo innamorato e lei, carinamente, gli aveva organizzato una festa d’addio. Ebbene, davanti al fidanzato lacrime come se non ci fosse un domani ma non appena lo stolto le voltava le spalle mi strizzava l’occhio con un sospiro di sollievo. L’indomani, rimaste sole, in intimità, mi rivelò che l’unica ragione per cui stava con lui, e con molti altri, era quella di dare ai figli piccoli tutto ciò che con il suo stipendio da insegnante non poteva permettersi. Lo so, sono cose che si vedono in tanti paesi poveri, ma è qualcosa cui non riesco proprio ad abituarmi.

Ora, io mi chiedo, chi va colpevolizzato? Loro che ci vedono come bancomat ambulanti o noi che convinti di fare del bene, li priviamo della loro dignità? Diversamente mi spieghi come mai situazioni di questo tipo si vivono solo nei luoghi turistici e laddove invece i mzungu – nel caso di specie – sono mosche bianche, passano praticamente inosservati?

Torno in Africa dopo tanto tempo carica di amore e di aspettative e lascio la costa del Kenya con l’amaro in bocca e nemmeno troppa voglia di proseguire questo viaggio.

Tramonto a Che Shale

Una delle ultime conversazioni sull’argomento ce l’ho a Mayungu con Stella, un’altra italiana che vive in Kenya da quattordici anni e che ama profondamente questa terra. Le sue parole sono per me un soffio di speranza che mi spinge ad andare avanti fiduciosa nelle potenzialità di questo popolo e ti dirò, una settimana dopo l’inferno della costa del Kenya, a Kakamega Forest trovo il paradiso!

In questo posto, lo sento, lascerò un pezzo del mio cuore. E in questo posto, sicuramente, un giorno tornerò a cercarlo.

La Globetrotter

Sei stato in Kenya? Com’è stata la tua esperienza? Ti aspetto nei commenti.

Il 24 settembre 2020 è uscito il mio libro Sulle strade del Kenya. Una mzungu tra le contraddizioni dell’Africa, ispirato a questo viaggio ed edito da Alpine Studio. Lo trovi in libreria, sui principali portali di vendita online e su AMAZON.

Se cerchi spunti per organizzare un viaggio nella terra dei Masai, leggi il mio post KENYA: ITINERARIO E CONSIGLI UTILI PER UN VIAGGIO FAI DA TE, oppure clicca QUI per tutti i racconti on the road.

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