Africa subsahariana, Sahel, Mali, Falesia di Bandiagara, Pays Dogon!
Non sto vaneggiando, sto solo cercando di dare un ordine logico a un viaggio che dentro di me è partito senza nessuna logica.
Già, perché quando ho deciso che un giorno avrei visitato i Pays Dogon, a malapena sapevo dove si trovavano l’Africa e il Deserto del Sahara, il Sahel pensavo fosse un termine dialettale per indicare il sale e il Mali un’isola remota sperduta tra l’Oceano Pacifico e quello Indiano. Non è colpa mia se a scuola ci facevano studiare geografia astronomica al posto della geografia tradizionale! Va beh dai, sto esagerando, e comunque il mio destino non era quello di perdermi tra gli astri ma tra i sentieri infiniti del nostro meraviglioso globo.
Ricordo ancora quel giorno di venticinque anni fa. Stavo sfogliando una rivista nella sala d’attesa del dentista quando sono stata letteralmente rapita da un’immagine della Falesia di Bandiagara e senza sapere come, quando e perché, ho esclamato “un giorno tutto questo sarà mio!” La Globetrotter ancora in fasce già iniziava a scalpitare!
Ne è passata di acqua sotto i ponti prima di riuscire a concretizzare il mio sogno. Credo che l’Africa intimorisca un po’ se non la conosci ma una volta rotto il ghiaccio è difficile non innamorarsene. Pensa che dopo il primo viaggio nel continente nero ho passato sei mesi interi a piangere, fino al giorno in cui ho comprato il biglietto di ritorno. A quel punto mi sono sentita meglio, e i cinque mesi successivi sono volati sognando il momento della partenza.
Sono atterrata in Senegal per salutare un po’ di amici e poi via, dritta in Mali alla volta dei Pays Dogon.
Trekking nella Falesia di Bandiagara, in visita ai Pays Dogon
Tuttavia, è giusto dirlo, il rischio di tante aspettative è quello di vederle frantumate come un vaso di cristallo non appena si realizzano. Quando sono giunta a Bamako, dopo il famigerato viaggio della speranza – sessantadue ore a bordo di un torpedone scassato per percorrere i 1.500 km che separano la capitale del Senegal da quella del Mali – mi è preso un momento di sconforto.
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Erano le tre del mattino e non avevo la più pallida idea di dove andare a parare. Non avevo un albergo prenotato perché contavo di arrivare il giorno precedente e proseguire diretta per Mopti (la durata presunta del viaggio era di ventinove ore, ero ancora giovane e piena di energie con un unico, spasmodico, desiderio, quello di divorare in mondo in un boccone!) e mi ritrovavo lì, sola e intimorita, a osservare i miei compagni di viaggio che si organizzavano per rientrare a casa. Già, perché loro avevano una casa, un luogo a cui tornare, mentre io ero totalmente spaesata.
A un certo punto un ragazzo, uno di quelli con cui avevo chiacchierato durante l’interminabile viaggio, si è avvicinato offrendomi un passaggio sul suo taxi. Merci mon frère – gli ho risposto con gli occhi lucidi – mais je ne sais pas où je peux aller. Lui mi ha rassicurata con lo sguardo e mi ha risposto Y a pas de problèmes, y a que des solutions! On va trouver quelque chose pour toi ma sœur.
Inutile dirti quanto il suo gesto mi ha colpita.
Eravamo tutti sfiniti ma lui, a differenza mia, aveva una famiglia che l’aspettava dopo mesi di assenza. Mi ha anche offerto un giaciglio nella sua umile dimora (testuali parole) ma di andare a casa sua non se ne parlava proprio! La sistemazione chez l’habitant è geniale ma devi avere un grande spirito di adattamento e dopo tre giorni senza lavarmi avevo cambiato non solo il colore della pelle ma anche i connotati. Sentivo il bisogno di una doccia che potesse definirsi tale e non di una doccia all’africana con il secchio dell’acqua fredda e un pezzo di sapone scarno.
E poi, oltre al fatto che erano tre mesi che non vedeva i suoi cari e non volevo abusare della sua gentilezza, non stavo più nella pelle all’idea che la Falesia di Bandiagara fosse lì, a uno sputo da me. Accettare il suo invito avrebbe significato trascorrere almeno una settimana a casa sua!
Perché gli africani sono fatti così e quando ti aprono le porte di casa diventi parte della famiglia. Una famiglia che non ha niente a che vedere con la famiglia italiana composta da madre, padre, figli e, nella migliore delle ipotesi, i nonni. Se pensi che con la poligamia un uomo può sposare fino a quattro donne che spesso vivono tutte sotto lo stesso tetto con relativa prole, intuirai che non ne sarei mai uscita!
Ibrahim, il mio nuovo amico, ha capito la situazione e ha avuto la delicatezza di non insistere. Mi ha aiutata a trovare un alberghetto decente e ci siamo congedati con la promessa che sarei passata a salutarli al mio rientro. Quando mi sono buttata sul letto, dopo due notti trascorse pressoché insonni sui sedili sfondati dell’autobus, ho ripensato a quanto era appena accaduto. La gentilezza e la disponibilità di Ibrahim avevano fatto breccia nel mio cuore.
Correggimi se sbaglio, ma quanti di noi avrebbero agito allo stesso modo al posto suo? Quanti di noi si trovano ogni giorno a poter dare una mano, anche solo regalando un sorriso, e non lo fanno perché pieni di diffidenza o pressati dal tempo? Decretato. Il Mali mi stava dando il benvenuto e le mie aspettative non si sarebbero infrante, anzi, il viaggio iniziava sotto i migliori auspici!
La mattina seguente, dopo una lauta colazione a base di pane, burro e nescafé, mi sono imbarcata su un altro torpedone alla volta di Mopti. Quattordici ore di viaggio che sono volate sgranocchiando ogni sorta di porcheria che mi passava per le mani, osservando il paesaggio attraverso i finestrini lerci alla mia destra e chiacchierando con Alassam, le pinassier, nipote, a suo dire, del defunto Ali Farka Toure, noto musicista maliano.
Stavo attraversando il Sahel, quella fascia di territorio che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso celebrando l’unione delle sabbie del deserto del Sahara con la savana arborata sudanese, e mi stavo avvicinando sempre più ai Pays Dogon.
Anche a Mopti sono giunta di notte ma non è stato un problema trovare un alloggio, accompagnata in motorino dal gradevole Alassam che si è reso disponibile a darmi una mano. Nemmeno il tempo di sistemarmi e avevo già stretto amicizia con una ragazza francese, Marie, grande viaggiatrice e amante dell’Africa, che mi ha proposto di aggregarmi a lei e all’amica Bernardette per il trekking nei Pays Dogon del giorno dopo. Non potevo auspicare di meglio. Senza nemmeno dovermi sbattere alla ricerca di una guida che mi avrebbe sottoposta a una tediosa contrattazione, i Dogon erano arrivati a me.
Ma forse, a questo punto, è il caso di fare un passo indietro e presentarti brevemente questo paese culturalmente così ricco e al contempo così arretrato.
Ma chi sono i Dogon?
Già, perché fu un grande impero quello del Mali. Un impero dal passato prospero e glorioso che raggiunse il suo apogeo nel XIV secolo con il controllo totale della rotta subsahariana e del traffico di oro. Credo che Timbuktù (altrimenti nota come Tombouktou) sia evocativa un po’ per tutti, magari senza riuscire a collocarla precisamente ma si sa che è lì, da qualche parte, in mezzo alle dune e in balia dell’Harmattan che muove la sabbia, fluttuante ed evanescente come un po’ tutto nel deserto!
Capirai quindi il mio stupore quando Alassam mi ha rivelato che l’Università pubblica di Bamako, capitale del paese più grande di tutta l’Africa Occidentale, risale alla metà degli anni Novanta e che l’insegnamento è tenuto principalmente nelle scuole coraniche legate alle moschee. Senza parlare del fatto che ancora oggi molte bambine vengono sottoposte alla spietata pratica dell’infibulazione e che spesso e volentieri la “presunta” libertà di culto di uno stato che si dichiara laico si scontra con episodi di persecuzione di natura religiosa.
Questo vasto territorio di circa 1.240.000 km2 di superficie (per intenderci, circa quattro volte l’Italia) è attraversato dalle acque color ocra pallido del fiume Niger lungo le cui rive si è sviluppata l’antica civiltà del Mali in un succedersi ed avvicendarsi di gruppi etnici che costituiscono, ancora oggi, la popolazione maliana.
Tra questi si trovano i Dogon, una delle etnie più popolose del paese, che hanno edificato i loro villaggi lungo l’impressionante Falesia di Bandiagara, un cuneo di arenaria che si snoda per circa 200 km, da Ouo ai monti Hombori, a sud del fiume Niger.
Pare che i Dogon, popolo pacifico di agricoltori che si rifugiò nel territorio durante il XIII secolo per fuggire all’islamizzazione e alle guerre, sia una delle popolazioni africane più intimamente legate alle loro tradizioni. Circondati da Peul, Mossi, Bobo e Bozo, ancora fortemente impregnati dal culto animista che attribuisce proprietà spirituali a determinate realtà materiali, i Dogon hanno sviluppato una delle culture più forti della regione, con una mitologia e una cosmogonia estremamente complesse. Ti dico solo che da secoli si tramandano le conoscenze sulla nascita e il movimento delle stelle, affermando di discendere direttamente dalla stella Po-Toto, a noi nota come Sirio B.
Non entrerò nel merito della questione perché non sono competente in materia e ti confesso che con l’età che avanza tutto quel che avevo letto a suo tempo per documentarmi si è trasferito nel cassetto dell’oblio. Ricordo che mi aveva affascinato molto la lettura di Dieu d’eau (nella versione italiana “Dio d’acqua. Incontri con Ogotemméli”) dell’etnologo Griaule Marcel, uscito in Francia nel 1948, un resoconto della cosmogonia Dogon che aveva suscitato numerose polemiche tra gli antropologi dell’epoca. Ma noi non siamo antropologi ed è una lettura davvero gradevole, oltre a essere una fonte autorevole nel campo.
Tornando a noi, mi pare superfluo dirti che ho accettato con entusiasmo la proposta di Marie e così abbiamo formato il trio: Aminata, Mariama e Bénou, sposando l’usanza maliana di battezzare il toubab con nomi africani. Una giornata davvero piacevole trascorsa in riva al fiume con i locali, gente squisita ed estremamente curiosa.
Un tè dietro l’altro, secondo il tradizionale rito africano, e il “qua qua qua” quotidiano mi hanno fatto innamorare di Mopti, luogo dall’atmosfera brulicante che ti investe e ti impedisce di uscirne illeso.
Strade inesistenti su cui è sconsigliato camminare in infradito, un mercato sempre in fermento, fogne a cielo aperto dentro cui i bambini sguazzano allegramente e le maman che cucinano per strada improvvisando ristoranti di haute cuisine. Il tutto condito da un’umanità incredibile, talmente reale che non solo la percepisci, ti sembra di poterla toccare con mano.
Quel giorno ho capito che avevo trovato quel che cercavo e che i Pays Dogon sarebbero stati solo la ciliegina sulla torta. Ero quasi arrivata e non avevo più nessuna fretta.
L’Africa mi ha insegnato, tra le altre cose, che il valore del tempo è relativo e che la fretta è solo un costrutto mentale di cui noi occidentali ci rendiamo schiavi. Ho goduto appieno di una giornata semplicemente “vissuta”.
Ed eccoli finalmente…
Ecco qui, dopo questo lungo preambolo il fatidico dì è arrivato.
Un trekking di due giorni attraverso la Falesia di Bandiagara, reso ancor più faticoso dalla presenza dell’Harmattan che prosciugherebbe un fiume in piena, ma talmente entusiasmante che dopo tre anni ho deciso di ripeterlo.
La vista della falesia, con i villaggi di casette in arenaria rossa e i tipici granai dal tettuccio appuntito ricoperto di paglia, abbarbicati alla parete rocciosa, è interrotta qua e là dalla presenza di piccole grotte che si intravedono tra le fenditure. Uno spettacolo indescrivibile.
Come sempre, la realtà supera l’immaginazione!
La Globetrotter
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