Alla scoperta di Minca, il rifugio dei sognatori

Simon e Daniel. Quarant’anni il primo, quattro di meno il secondo. Due fratelli nati nella fredda Svizzera tedesca e cresciuti con una precoce sindrome da wanderlust che li ha portati entrambi a girare – e vivere – il mondo. Poi, tre anni fa, hanno deciso di dare la svolta e tra tutti i posti possibili hanno scelto Minca. Qui, un piccolo e remoto villaggio situato nella Sierra Nevada di Santa Marta, hanno fissato la loro dimora e dato un nome al loro sogno. Finca Hostel Bolivar – Casa Maracuya.

A quanto pare il sogno di cambiare vita, di fuggire il caos, la frenesia e l’eccessivo materialismo della società occidentale sta dilagando a macchia d’olio.

Ho conosciuto Simon durante una notte di rumba a Santa Marta e l’ho subito classificato come una persona un po’ sui generis. In termini positivi ovviamente. E quando mi ha raccontato la sua storia – peregrinante di paese in paese e di lavoro in lavoro manco avesse vissuto dieci vite – ho deciso di fare una visita a Minca e, con l’occasione, sostenere il suo progetto pernottando alla Finca Hostel Bolivar.

Un tempo, a discapito del mio stesso benessere, sostenevo l’economia locale optando sempre per strutture ricettive autoctone. Ho vissuto situazioni ai limiti della decenza e a volte anche della totale indecenza e, sicuramente, ne vivrò ancora. Non è mai stato un problema e mai lo sarà, credo.

Tuttavia, ora che viaggio molto più a lungo di quando ho iniziato, non mi vergogno a confessarvi che concedermi di tanto in tanto qualcosa di più di un letto e una cucina non mi dispiace affatto. Quel qualcosa che rende l’ambiente non solo funzionale ma anche gradevole, rilassante, come la cura e l’attenzione per il dettaglio e per l’igiene che mancano in buona parte delle strutture locali.

Poi, ovviamente, c’è il rovescio della medaglia. Nel caso di specie, i colombiani sono sicuramente più socievoli, accoglienti e simpatici della maggior parte degli stranieri anche se poi, lo sappiamo bene, non esistono leggi universali altrimenti non sarei qui a scrivere questo post sull’incontro con Simon e Daniel…

Durante il mio primo viaggio in Colombia, nel 2011, Minca quasi non esisteva. O meglio, non esisteva per gli stranieri che iniziavano cautamente ad avvicinare la tanto pericolosamente nota Colombia. Due strade perpendicolari l’una all’altra, totalmente avvolte dalla vegetazione.

Oggi queste due strade hanno prolificato strutture ricettive, ristorantini e agenzie viaggi per accogliere non solo il turismo nazionale ma anche, e soprattutto, quello straniero. Il tutto nel pieno rispetto dell’ambiente circostante. In altri termini, molto eco-friendly. Un piacere per gli occhi e per lo spirito, credetemi!

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Visita di Minca, il rifugio ideale per i sognatori

Qualcuno si chiederà, lecitamente, cos’ha di bello Minca da giustificare uno sviluppo così rapido.

Ebbene, Minca è un gioiellino. Non un diamante, uno zaffiro o un’altra pietra preziosa. No! Minca è un sottile filo d’oro lungo il quale sono incastonate con maestria tante piccole gemme. Gemme che non ti tolgono il fiato al solo vederle ma ti regalano pace, armonia, serenità.

Sarà che più vado avanti con gli anni più sono sensibile al fascino e all’energia della natura, non so che dirvi, ma in me Minca ha generato un piacere intimo ed estetico difficilmente esprimibile a parole. Come molti dei luoghi che ho scoperto quest’anno d’altronde. In fin dei conti, se il viaggio va in una direzione è perché è lì che la nostra ricerca si dirige, non credete?

Indubbiamente vale la pena fare un salto di due o tre giorni a Minca per spezzare con l’umidità e il caldo asfissiante della costa. Cartagena, Santa Marta, Taganga, Palomino. Acqua salata, spiaggia, rumba. A Minca troverete esattamente il contrario.

Situata a pochi chilometri da Santa Marta, verso l’interno, gode di un clima decisamente più gradevole. Caldo secco di giorno, frizzantino la notte. Siamo a 650 metri d’altezza. E poi, acqua dolce, vegetazione, tranquillità.

La cosa principale da fare a Minca è… camminare. Dall’incrocio tra le due strade parte un bel circuito circolare che passa per las Cascadas Manninka, giunge al Mirador de Los Pinos e scende fino a Pozo Azul per poi tornare al punto di partenza. Mi hanno detto che si può fare tranquillamente a piedi partendo alle sette del mattino e rientrando nel tardo pomeriggio. Io ho optato per la visita della cascata il primo giorno e per quella di Pozo Azul il secondo. Me la sono presa comoda.

Cascada Manninka

A Minca ho camminato, tanto, con il proposito di inebriarmi di profumi naturali, fiutare sentieri nascosti, imboccarli con estremo rispetto, quasi bussando, in cerca del luogo giusto in cui sedere e godere di quel meraviglioso momento di solitudine. A tu per tu con la natura, paga della bellezza del momento e della magia del luogo.

Pozo Azul

Pozo de los Hoidos

Per intenderci, il circuito si può fare tranquillamente in moto, in un solo giorno, aggiungendo anche la visita alle piantagioni di caffè. Buona parte della gente opta per questa strada a giudicare dal via vai di motocicli che transita lungo il circuito principale, ma io sono bastion contrario e faccio le cose con i miei tempi.

Se non avessi conosciuto Simon forse non avrei mai scoperto Minca. L’avevo messa in itinerario, è vero, ma strada facendo avevo sentito nominare tale Buritaca che, chissà perché, mi ispirava di più e Minca l’avevo accantonata. Tuttavia, visto che come dico sempre lascio che sia il viaggio a condurmi dove vuole, l’incontro con Simon è stato provvidenziale.

Minca mi ha inebriata di piccoli piaceri e i quattro giorni passati lì mi hanno rigenerata. Simon e Daniel non sono stati altro che la ciliegina sulla torta.Persone come loro sono un monito per tutti quelli che dicono – o che non lo dicono ma che lo pensano – “sarebbe bello cambiare vita ma…”,  “ormai è tardi…”, “se l’avessi fatto prima…”, “come faccio con la famiglia? I soldi? I figli? E bla bla bla…”. Scusate, ultimamente leggo parecchi post che girano intorno alla voglia di cambiare vita e inevitabilmente sorrido.

Daniel e Simon non sono due ragazzini. Non sono due figli di papà. Hanno famiglia, per lo meno Daniel che condivide il sogno non solo con Simon ma anche con Yerika, la moglie, e Leah, la figlioletta. Sono lì e ci stanno provando. Hanno rimesso in discussione le loro comode vite per realizzare il sogno di costruire qualcosa di loro in un luogo magico. Ci lavorano da tre anni, duramente e faticosamente, facendo la spola con la Svizzera per tirare su soldi da investire nella costruzione. Quando gli ho chiesto perché non ricorrono all’ausilio del volontari del work-away che abbatterebbe i costi della manodopera, Simon mi ha guardata sorpreso e mi ha risposto, semplicemente, “Perché vogliamo dare lavoro alla gente di qua”.

Happy family alla Finca Hostel Bolivar di Minca

Ed è dal mirador della Finca Hostel Bolivar che ho congedato Minca. In compagnia di Simon, con una belle cervecita gelata in mano e un tramonto rosso fuoco davanti agli occhi…

Tramonto dal mirador della Finca Hostel Bolivar di Minca

Dove dormire a Minca

Ovviamente non posso far altro che consigliare la Finca Hostel Bolivar – Casa Maracuya. Al momento (marzo 2017) è possibile pernottare solo nella parte di sotto, la Casa Maracuya, a ridosso del fiume con una splendida piscina naturale privata.

Casa Maracuya ha due stanze private e un dormitorio per quattro persone con bagno in camera, amaca sul patio e una cucina superaccessoriata a disposizione degli ospiti. Più avanti ci sarà la possibilità di dormire alla finca e, se non sbaglio, di campeggiare.

Casa Maracuja

Il panorama è superlativo.

Vista panoramica dalla Finca Hostel Bolivar di Minca

Dove mangiare a Minca

Io consiglio due posti.

Il primo si chiama Cocina de Campo e propone un ottimo almuerzo ejecutivo a 11.000 COP (meno di quattro euro). Una sorta di cucina fusion con alimenti di base poveri. Deliziosa!

Il secondo si chiama La Miga ed è ottimo per la colazione. Mi ha stregata subito con il suo pain au chocolat ed è diventato un appuntamento fisso prima di andare a camminare. Ironia della sorte, l’ultima mattina, scambiando due chiacchiere con la ragazza dietro al bancone, scopro che La Miga è in realtà di un francese. Ed ecco svelato l’arcano mistero perché i colombiani il pane non lo sanno proprio fare, molto meglio optare per una arepa.

Comunque sia, meno di cinque minuti dopo dal retrobottega emerge un giovane con la faccia da adolescente che si presenta come lo chef del locale. Mi offre un caffè e facciamo due chiacchiere. Un altro con le idee ben chiare.

Dopo essersi laureato in non so quale branca oscura dell’ingegneria, Robin ha capito che lo stile di vita cui auspicava non l’avrebbe trovato in Francia e forse nemmeno in Europa. Così è partito per l’America Latina ed è qui che ha sfornato la sua prima baguette. Dopo meno di un paio d’anni ha aperto La Miga che non è solo la migliore panetteria di Minca (ci vuole poco!) ma una delle migliori di tutta la Colombia.

Ecco… in soli quattro giorni nella piccola Minca mi sono imbattuta in ben due persone (senza contare i familiari) che sognavano di cambiare vita e l’hanno fatto qui. Inutile dirvi che se mai dovessi lasciare l’Italia per un altro paese, senza dubbio sceglierei la Colombia… e voi? Ce l’avete un luogo in cui vi piacerebbe vivere? Un sogno così grande che vi piacerebbe realizzare?

La Globetrotter

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