Viaggio in Tajikistan: l’ultima curva

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Viaggio di gruppo in India, sulle orme della Tigre del Bengala
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alt="Viaggio di gruppo in Borneo, tra i fiumi del Kalimantan - photo credits @ViaggiTribali"
Viaggio di gruppo in Borneo, tra i fiumi del Kalimantan
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Viaggio in Tajikistan: l’ultima curva

alt="Viaggio in Tajikistan: l'ultima curva"

Viaggio in Tajikistan: l'ultima curva

Viaggiare significa condividere, anche quando lo si fa in solitaria. Nel mio caso, e in quello dell’autore di questo post, attraverso la scrittura e le immagini. Ecco quindi che dopo il Camerun torno a ospitare il mio carissimo Riky che la scorsa estate ha affrontato in assoluta autonomia un viaggio in Tajikistan e che, come d’abitudine, per il compleanno mi regala qualche scorcio di vita on the road. Se volete leggere tutti i suoi racconti, anche quelli dei viaggi passati, li trovate su Medium.

Viaggio in Tajikistan: l’ultima curva

Casualità, destino o fortuna. Chiamatelo come volete ma quando la vita ti mette davanti a situazioni improbabili che non avresti immaginato di poter vivere, la magia del viaggio si rivela con tutta la sua potenza.

Mi sveglio presto, faccio colazione con gli italiani e i tedeschi nella nostra bella guesthouse di Margheb. Gli italiani partono subito per il loro trekking di sei giorni, mentre i tedeschi tornano indietro. Mi chiedono se voglio un passaggio, ma non me la sento proprio di lasciare la Yagnob Valley dopo solo un giorno di permanenza. Sento che questo posto ha ancora molto da darmi. Così consulto la guida, più avanti nella valle ci sono un rosario di piccoli villaggi che mi piacerebbe raggiungere. Il problema è che il primo di questi si trova a circa 20 chilometri a piedi da dove mi trovo e in più nessuno di questi ha alcuna struttura ricettiva. Decido di provarci comunque, mi incamminerò e vedrò dove riuscirò ad arrivare.

alt="Viaggio in Tajikistan: la Yagnob Valley (da Margheb a Bidev)"
Viaggio in Tajikistan: la Yagnob Valley (da Margheb a Bidev)

Lascio a Margheb lo zaino più grande e infilo un cambio e il sacco a pelo nello zainetto più piccolo. Se non troverò nessuno che mi ospiti — penso — mi accamperò alla peggio da qualche parte! I primi sei chilometri sono meravigliosi, su una strada scavata nella roccia in una stretta gola dove il fiume ruggisce feroce. Cammino godendomi l’ombra e il fresco. Esseri viventi incontrati: una cinquantina di pecore con due mandriani.

Quando però la strada supera il fiume tramite un ponticello, mi ritrovo dalla sponda esposta al sole, la stretta gola finisce e inizia un saliscendi che mi spezza il fiato. Ho portato abbondanti riserve di acqua ma la strada è lunga, pensavo di metterci circa quattro ore ma credo ci vorrà qualcosa in più.

Dopo un paio di ore di cammino, la strada è invasa da un fiume d’acqua di un torrente che scende dalla montagna. Cerco un modo per superare l’ostacolo ma è impossibile. Non voglio tornare indietro ma non posso passare. Alzo gli occhi verso l’orizzonte e…sì…non è un miraggio. Un ragazzo in sella a un asino sta arrivando proprio verso di me! Attraversa il guado, ha un fucile caricato sulle spalle. Ho un po’ di timore ma gli chiedo se mi può prestare l’asino. Lui gentilissimo mi fa salire ma l’asino non si schioda, punta gli zoccoli nell’acqua e non ne vuole sapere. A quel punto il ragazzo sale con me e con non poca difficoltà guadiamo il fiume.

Continuo a camminare, bevo ma il sole picchia anche se siamo a 2.000 metri di quota. Finalmente passo anche l’ultima ansa del fiume e in lontananza vedo il primo paese, Bidev. La felicità di essere arrivato lascia spazio al terrore: Bidev è un cima a una collina e conta non più di una decina di case!

Mentre inizio a maledirmi per l’idea di essere andato fin lì senza nemmeno sapere cosa mi aspettasse, sento un rumore alle mie spalle. Mi giro, non credo ai miei occhi, un’auto, la prima dopo più di quattro ore. Viene verso di me! Non devo nemmeno fare cenno di fermarsi, accosta e dentro ci sono tre ragazzi. Credo che l’autista non abbia nemmeno fatto in tempo a dirmi di salire, che ero già seduto sul sedile posteriore!!!

Sono Murad, Hushbaht e Dilowar, tre ragazzi di Dushanbe che sono nella valle per turismo. Almeno così mi sembra di capire! Nessuno parla inglese, solo russo e tagico per cui la comprensione è ardua ma sono felici di avermi trovato! Mi fanno capire che stanno andando a Piskon, ignoro dove si trovi questo posto. “Dove vai tu?” mi chiedono. Candidamente ammetto: “Dove andate voi!”. Non mi sembra vero, dopo una mattinata passata a camminare senza una meta precisa, proprio quando ero arrivato al primo villaggio, spuntano loro dal nulla. Sarebbero bastati cinque minuti in più in cui magari mi sarei inerpicato sulla collina e non li avrei incrociati!

Casualità o fortuna, sono in sella!! Murad, l’autista e anche il “capoccia” del gruppo, guida sulla strada che si fa sempre più dissestata. Hanno un’attività di realizzazione di porte e balaustre in ferro battuto, mi mostrano le foto dei loro lavori. Sono simpatici e l’atmosfera è allegra!

A un certo punto la strada è interrotta: un ponte crollato o forse mai costruito. Si vedono solo i piloni. Il paesaggio è magnifico, siamo di nuovo in una stretta gola dove il fiume si stringe tra pareti verticali di roccia. Abbandoniamo l’auto e troviamo — o forse ci aspettavano, non capisco — due ragazzini con i loro asini. Carichiamo dei viveri sui loro dorsi e partiamo alla volta della famigerata Piskon.

La strada inizia a salire, camminiamo credo almeno un’ora, scherzando e scattandoci fotografie. Quando intravediamo il villaggio, in posizione dominante su un colle, vedo che ci sono molte case abbandonate ma qualcuna ancora abitata. Sono case di mattoni di terra e paglia, intonacate di ocra. In cima, c’è quella verso cui siamo diretti dove ci sta aspettando il padrone di casa. Mi volto, per la prima volta, e resto a bocca aperta. Da lì lo sguardo si spande su tutta la vallata, è incredibile.

Murudzhod, il capofamiglia, ci accoglie calorosamente. Non sembra minimamente stupito o preoccupato della mia presenza. Abbraccia e saluta tutti, così faccio io. È un uomo a prima vista di circa cinquant’anni, con uno zuccotto sulla testa e la pelle color della terra. Vive lì con la sua grande famiglia e ci fa subito accomodare sul kat, il grande ripiano rialzato dove si consumano i pasti. In men che non si dica, la tavola viene imbandita di ogni ben di Dio: nan — il pane rotondo tipico dell’Asia Centrale— e poi una sorta di panna cremosa, del burro, frutta secca e altre leccornie. Sono affamatissimo, non ho quasi toccato cibo eccezion fatta per dei biscotti lungo la strada. Mangiamo tutti con gusto, annaffiando il cibo con abbondante tè caldo.

I ragazzi partono poi per una passeggiata, declino l’invito perché sono troppo stanco. Mi siedo fuori e mi godo la vista. È un panorama struggente, di fronte a noi alte cime che superano i 4.000 metri di altezza. Scrivo, mi lascio ispirare, è stupendo!

alt="Viaggio in Tajikistan: vista sulla Yagnob Valley"
Vista sulla Yagnob Valley

Dopo qualche ora tornano i ragazzi, è quasi il tramonto. Tirano fuori dei pacchettini di polvere verde, è il nasvoi, una sorta di tabacco verde triturato che viene messo sotto la lingua e dà un effetto leggermente narcotico. Viene tenuto qualche minuto in bocca e poi sputato. Insistono e ne provo un pochino, è veramente amaro. Sputo dopo cinque secondi netti!!!

Quando arriva il tramonto, improvvisamente, Murudzhod si mette in piedi di fronte all’ingresso di casa e inizia a salmodiare delle litanie. È la chiamata alla preghiera, presumo lui sia anche una sorta di muezzin del villaggio. I ragazzi corrono nella stanza di fianco a quella dove abbiamo mangiato e si mettono a pregare sui tappeti. È un momento molto intimo, intenso, resto fuori per non disturbare ma li ascolto in quel rosario di parole incomprensibili.

Torniamo poi sul kat e viene servita la cena, una šurpa ovvero una zuppa densa di patate, carote con pezzi di capra. Molto buona. È tutto eccellente. Sono arrivati anche gli “zii” ovvero due fratelli più piccoli del padrone di casa. La serata passa tra lunghe chiacchiere, io me ne sto nel mio angolo totalmente rapito dal suono di quella lingua così incomprensibile ma bellissima, che profuma di Oriente e di storie lontane.

Viaggio in Tajikistan: l’ultima curva

Murad è molto protettivo nei miei confronti, si premura che stia comodo adagiato sui cuscini e ogni tanto con l’aiuto del traduttore mi aiuta a capire. Usciamo e la temperatura inizia ad essere fresca, siamo a 2.600 metri. Una luna quasi piena illumina il cielo e le alte montagne, mi sento di essere dove voglio essere. Non ho bisogno di altro.

Andiamo a coricarci, siamo tutti e quattro uno a fianco all’altro sotto spesse coperte. Murad non ha sonno e mi tempesta di domande usando il traduttore. Non riesce a capacitarsi di come sia possibile che a 36 anni non sia ancora sposato e mi costringe alla fine a promettergli che entro i 38 dovrò essere sposato e lui verrà invitato al matrimonio. Lui ha due mogli e cinque figli…e solo 32 anni!

Prendiamo sonno e — quando per me siamo ancora nel cuore della notte — il cellulare di Murad inizia a suonare una litania islamica. Nel dormiveglia non capisco cosa succeda, i ragazzi si alzano uno dopo l’altro. Fuori è buio pesto, aprono la porta ed entra una lama di vento gelido. Intravedo che si stanno lavando mani e piedi, per un secondo — complice le veglia — temo che si stiano preparando per sacrificare l’impuro ovvero il sottoscritto!! Lo so, sembra stupido, ma è durato veramente un attimo. Le paure che ci stanno instillando sono talmente profonde e radicate che probabilmente sono sedimentate in una sorta di inconscio che non possiamo controllare.
Mi basta poi razionalizzare e pensare al giorno prima per rimettermi a dormire, loro intanto sento che stanno pregando nella stanza a fianco.

Alle prime luci dell’alba siamo già in piedi. Non sono neanche le sei, esco nell’aria fredda del mattino e resto a bocca aperta osservando l’alba sulle montagne. Il villaggio è già attivo, le donne stanno portando le vacche al pascolo, con il loro volto incorniciato nei foulard colorati. I camini fumano, l’aria si riempie di un odore persistente. Per tutto il villaggio sono accatastate pile di dischi di sterco e paglia — chiamati kizjak — che qui vengono usati appunto per scaldare le case.

Facciamo colazione, alle sette siamo già pronti a partire. Chiedo ai ragazzi cosa dobbiamo dare al padrone di casa. Mi dicono che siamo ospiti. Insisto, con il traduttore chiedo di lasciare almeno una piccola somma. Mi fanno capire, questa volta seriamente, che non è possibile. L’ospite è sacro e sarebbe un gesto credo offensivo lasciare del denaro. Siamo stati trattati da re, in un luogo magico nella sua semplicità. Ho creduto di toccare il cuore profondo di questa valle, le sue persone.

Torniamo verso l’auto, il viaggio che ci attende è lungo ma l’allegria dei miei nuovi amici è contagiosa. Ascoltiamo musica iraniana in auto, il tagico è una lingua iranica come il farsi iraniano e il dari afghano. Ci fermiamo anche al famoso lago di Iskanderkul prima di rientrare a Dushanbe.

alt="viaggio in Tajikistan: il lago Iskanderkul"
Viaggio in Tajikistan: il lago Iskanderkul

Sono stati due giorni in cui ho vissuto esperienze davvero uniche, di vita reale. Dopo così pochi giorni che sono in questa terra sento già di aver ricevuto un grande dono. E questo dono ha il nome e il volto di tre ragazzi tagichi, spuntati dal nulla proprio dietro l’ultima curva del destino.

Riccardo Campanella — Agosto 2019, Tajikistan

Beh, come esordio direi che non c’è male… siamo al 3° e 4° giorno di viaggio in Tajikistan e la voglia di partire alla scoperta di questo luogo così remoto e al contempo ospitale diventa sempre più prepotente… voi ci siete stati? E’ un luogo che vi ispira? Vi aspetto nei commenti (voce fuori campo della Globe)

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Riccardo Campanella
Riccardo Campanella
Viaggiatore, backpacker ed esploratore che ha scoperto nella scrittura un modo per fermare il tempo e condensarne le emozioni. Amo i confini intesi come terre di frontiera, i popoli più dei luoghi, la vita quotidiana più dei paesaggi

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