Un incontro inaspettato nella falesia di Badiangara

Tra il 2007 e il 2010 sono stata in Mali – e non Bali – tre volte. Un paese che ho amato tantissimo e in cui spero un giorno di poter tornare. Il trekking nella falesia di Badiangara per visitare i Pays Dogon era un sogno che mi portavo dietro da anni e ha superato le aspettative. Negli stessi anni ho iniziato a scrivere dei racconti tra cui questo che ho piacere di condividere con voi.

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La falesia di Badiangara

Un incontro inaspettato

Ero accaldata, annoiata e anche un po’ spaesata quando l’uomo si avvicinò a me. Non so dire cosa mi abbia spinta ad accettare il suo invito ma presumo abbia a che vedere con la mia inspiegabile attrazione per l’ignoto. L’avevo seguito in quell’andito fetido e angusto senza nemmeno chiedermi cosa potesse volere da me.

Dopo un paio di minuti i miei occhi si abituarono alla penombra e riuscirono a percepire i contorni di ciò che mi circondava. Davanti a me, un altarino su cui trovavano posto in maniera disordinata una sfilza di statuette in legno, bamboline di stoffa e mozziconi di candele consumate. Alla mia sinistra, il vano di una porta microscopica che introduceva a un secondo locale da cui proveniva un odore nauseabondo.

Avvertii la presenza di qualcuno che armeggiava all’interno della stanza attigua. Curiosa come non mai mi alzai in piedi per buttare un occhio ma una mano sulla spalla dal retro mi costrinse a restare al mio posto. Mi rimisi a sedere senza reclamare, limitandomi ad allungare lo sguardo oltre il vano della porta per scoprire l’origine di quel rumore sinistro e la natura di quell’odore infernale. Invano.

– T’inquiète pas! – mi disse l’uomo che mi aveva invitata a entrare.

T’inquiète pas? Fa presto lui a dire di non spaventarmi, io sono terrorizzata! Sempre pronta a cacciarmi nei guai per non dover mai rimpiangere nulla! – pensai augurandomi che non avesse il dono di leggere nella mente altrui.

Continuai a riflettere in silenzio.

Nessuno sa dove mi trovo. Quanto tempo sarà passato da quando ho lasciato il campement? A quest’ora Seydou dovrebbe essersi già allarmato anche se quando gli ho detto che sarei andata a farmi un giro da sola nei dintorni per esplorare la falesia se la russava beatamente e non mi avrà nemmeno sentita. Per non parlare degli altri che se la spassavano sorseggiando birra di miglio e ammazzando una canna dietro l’altra. Qui mi fanno un bel servizietto se non trovo il modo di filarmela alla svelta!

L’aria stava diventando irrespirabile. Feci di nuovo per alzarmi ma l’uomo mi inchiodò a terra con la forza dello sguardo.

Ci sarà qualche gas anestetizzante che mi impedisce i movimenti e blocca la mia volontà. Mi faranno la pelle per portarsi via i quattro soldi che ho addosso, mi violenteranno e mi sevizieranno per poi darmi in pasto alle bestie, sempre che non siano cannibali affamati pronti a banchettare con il mio corpo!

Ero entrata nel panico totale e non vedevo via d’uscita. Grondavo sudore da ogni poro della pelle e le mie unghie erano ormai ridotte all’osso. L’uomo seduto accanto a me continuava a ripetere come un disco incantato “T’inquiète pas… t’inquiète pas… t’inquiète pas…”

All’improvviso udii un rumore di passi e sulla soglia dell’altra stanza apparve uno strano personaggio, completamente sdentato, dall’espressione grottesca e l’aria corrucciata. Indossava un abito in pelle scura e un bizzarro copricapo in testa che diramava in due corni. Capii subito che doveva trattarsi di qualcuno d’importante, forse il capo del villaggio o un sacerdote.

Cercai nuovamente di alzarmi e constatai con piacere che le mie gambe reggevano ancora, nonostante tutto. Feci un paio di passi verso di lui pronta a tendergli la mano ma il mio vicino mi bloccò rompendo il silenzio con un urlo. Poi, senza troppi convenevoli, mi ordinò di inchinarmi al cospetto del Gran Sacerdote.

Ero in fibrillazione. L’ansia e il panico di poco prima si erano tramutati in una miscela esplosiva di eccitazione e audacia. Mi chinai davanti a lui in segno di riverenza. Restò immobile, come fosse una statua.

Mi chiedevo quanto tempo sarei dovuta rimanere in quella posizione ridicola quando l’uomo mi disse di tornare a sedermi. Si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio che il Gran Sacerdote voleva fare qualcosa per me.

– Cosa? – gli chiesi con un filo di voce.

– Un sacrificio per la tua felicità futura. Alla fine del rito dovrai semplicemente fare la tua offerta

Gli risposi che non avevo soldi con me. L’uomo si consultò con il sacerdote, poi mi disse di non preoccuparmi. L’avrebbe fatto ugualmente, per farmi una cortesia, in cambio del mio bracciale.

– E se rifiutassi? – gli chiesi timorosa, convinta che il sacrificio di cui parlavano sarebbe stato il mio.

– Non puoi tirarti indietro. Sarebbe una mancanza di rispetto di proporzioni epiche!

Non capivo se si trattava di un sogno, di un’allucinazione o se invece era la cruda realtà. I due comunicavano in una lingua a me ignota e il non capire ciò che si dicevano mi accelerava i battiti del cuore.

Quando smisero di confabulare, il sacerdote entrò nella stanza accanto chiudendo la tenda. Feci per alzarmi ma le mie gambe erano travi di legno conficcati nel terreno.

– Non è possibile entrare nella casa del Gran Sacerdote – mi disse l’uomo in tutta serenità.

Qui non è possibile fare nulla se non aspettare! Qualcosa prima o poi succederà – pensai rassegnata. E rimasi in silenzio in preda al turbinio di emozioni, positive e negative, che si stava scatenando dentro di me.

Una folata di vento scosse le tende e intravidi la figura del Gran Sacerdote china su un mucchio di uccelli morti. Enormi mosconi vi ronzavano attorno come elicotteri impazziti. Mi spiegai la natura dell’odore rivoltante che mi aveva investita all’inizio e a quel punto mi rilassai. Non ero io la vittima sacrificale.

Il Gran Sacerdote estrasse dal mucchio di cadaveri un pennuto che non aveva ancora esalato l’ultimo respiro e mi venne incontro. Dopo avermelo mostrato, lo afferrò saldamente per il petto, tirò fuori un coltello e con un colpo secco e spietato gli tagliò gola, petto e zampe recitando con voce bassa e conturbante una formula magica.

Mi sentii mancare. Al caldo e alla tensione si aggiunse la vista truce del sangue e l’odore di carne putrefatta che attraverso le narici aveva raggiunto il cervello. Cercai di rilassarmi. Tirai fuori la borraccia dallo zaino e bevvi a lungo. Nel frattempo il Gran Sacerdote, posseduto da qualche forza sovrannaturale, agitava freneticamente tutti gli arti che sembravano sul punto di staccarsi dal corpo per abbattersi su di me. L’altro uomo, seduto al mio fianco, ciondolava la testa come se fosse sotto ipnosi. Mi chiedevo quanto tempo sarebbe durato quel tormento quando il sacerdote si arrestò di colpo e sparì nell’altra stanza.

– È finito il sacrificio? – chiesi al mio vicino, ma la sua risposta fu preceduta dal tonfo sordo con cui il Gran Sacerdote si materializzò ancora una volta davanti a me impugnando un vecchio fucile tra le mani.

Ecco, ci siamo, e non posso nemmeno appellarmi al buon Dio, se anche fossi credente, perché qui regna l’animismo. Sarà possibile esprimere l’ultimo desiderio, quello del condannato a morte? – pensai ormai in procinto di scoppiare a piangere. Non sapevo proprio a chi appellarmi per mettere la parola fine all’incubo che stavo vivendo.

Il Gran Sacerdote issò il fucile sopra la testa e iniziò a urlare parole incomprensibili saltando come un invasato per tutta la stanza. Ero allibita e ammutolita. Per lui non esistevo più. Se solo avessi voluto avrei potuto alzarmi e sgattaiolare fuori senza che nessuno se ne accorgesse ma non riuscivo a muovermi. Il terreno mi teneva avvinghiata come se i miei piedi fossero le radici di un albero. Un pensiero fugace mi attraversò la mente. È il Gran Sacerdote o semplicemente un pazzo? O sono io la pazza che sono ancora qui?

Tutto terminò, esattamente com’era iniziato. All’improvviso.

Senza profferire parola, il Gran Sacerdote smise di saltare e strillare, si avviò verso l’altra stanza, diede uno strattone alla tenda e si dissolse definitivamente.

Rimasi seduta ad aspettare che qualcuno mi dicesse cosa fare. Quando la voce dell’uomo mi raggiunse ero in trance.

– Il a terminé! – si limitò a dire porgendomi la mano. Avevo dimenticato il bracciale. Me lo tolsi senza fiatare e lo posai sul palmo aperto della sua. Mi alzai, ringraziai, salutai e in silenzio mi diressi verso l’uscita.

Il ritrovarmi fuori, all’aria aperta e sotto il sole accecante, fu liberatorio e scioccante al tempo stesso. Davanti a me, onnipotente, si ergeva la falesia di Badiangara. Finalmente la luce, finalmente un po’ d’aria. Tirai un sospiro di sollievo e mi accorsi che respiravo a fatica.

Sono ancora tra le braccia di Morfeo – pensai lievemente angosciata con una sottile punta di eccitazione. Mi pizzicai la guancia per accertarmi di essere uscita dalla fase onirica.

– Ahiii – udii la mia voce replicare nel silenzio che avvolgeva la falesia. Quindi son desta – esclamai a voce alta, felice come mai in vita mia. Ero sola e fatta eccezione per la costruzione in pietre e fango da cui ero appena uscita, attorno a me regnava il nulla. Avevo le fauci completamente secche.

Colpa della gangia, è pure allucinogena! – pensai divertita. Mi portai la borraccia alle labbra per placare l’arsura e mi incamminai per rientrare al campement.

Tornai a chiedermi quanto tempo era trascorso da quando mi ero allontanata. Tre o quattro ore come minimo, a giudicare dal sole che stava lentamente iniziando a scendere. In lontananza intravidi la sagoma alta di un uomo venire verso di me. Riconobbi Seydou e allungai il passo per raggiungerlo.

– Che fine hai fatto? – mi chiese bruscamente. Non feci in tempo a rispondere che partì in quarta con la ramanzina e una cascata inarrestabile di rimproveri. – Eravamo tutti in pensiero, non devi mai allontanarti da sola, qui non sei mica in Italia e se ti succede qualcosa io sono responsabile per te, lo capisci? E se qualcuno ti avesse aggredita? E se… –

Di colpo si interruppe e iniziò a ridere fino a non respirare più.

– Il tuo bracciale? – mi chiese con le lacrime agli occhi, incapace di ricomporsi. – Non mi dire che sei finita anche tu tra le mani di quel ciarlatano! Forse avrei dovuto avvertirti ma onestamente… ti credevo più scaltra!

La Globetrotter

Il presente racconto è ispirato a una storia che mi hanno raccontato e vi confesso che mentre l’ascoltavo mi sbellicavo pure io dalle risate. Spero abbia fatto sorridere anche voi. Se poi avete voglia di lasciare un commento per nutrire un po’ la mia autostima, vi ringrazio di cuore.

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16 comments

  1. Matteo

    Racconto veloce e sintetico, con quell’ humor noir capace di strapparti un sorriso ad ogni sobbalzo
    Ci si ritrova in cio’ che si legge, quando, viaggiando, un po’ per cortesia, un po’ per curiosita’,
    un po’ per paura, ci si fa infinocchiare da chi vive di 4 turisti l’anno, e di quei pochi spiccioli racimolati
    con pratiche magiche 2.0. Love this.

    Matteo

  2. Alfonso

    Sarà pure un racconto, ma non so il perché, il personaggio è curioso, è fragile, è misterioso, ed si trova coinvolto in una situazione, surreale tipicamente Globtrottiana. Il tutto narrato con una dialettica da fare invidia, coinvolgente, ironico, misterioso, ma che delizia e leggerti, un baciooooo

  3. Come al solito mi porti li nel momento che descrivi… Anzi sembra proprio di essere io a vivere quel momento… Di rara follia scanzonata… Grazie di avermi riportato nei paesi dogon un viaggio all’origine dell’umanità, la semplicità che diventa mito

  4. Andrea

    Leggendoti son sempre certo di trovare pezzi di vita che, se non ti conoscessi, crederei frutto di fantasia.
    Questa volta è stato un racconto dichiarato, altrimenti l’avrei creduto un’altra delle tue vive esperienze di viaggio.
    Complimenti Diana!

    • Diana
      Author

      Ahahah grazie Andrea, un’avventura un po’ per polli non credi? Ma era troppo divertente per non costruirci su un racconto! Un abbraccio

    • Diana
      Author

      Che gran bella notizie mi stai dando Sara! Benvenuta, mi casa es tu casa. Torna pure quando vuoi…

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