Tre giorni dai Kalash, tra le minoranze etniche del Pakistan

Uno dei crucci principali di noi viaggiatori, quantomeno per quanto mi riguarda, è quello di riuscire a trovare luoghi autentici, ancora intaccati dal turimo, in cui sentirci un po’ come Marco Polo, piccoli esploratori che non si accontentano di veder ma ambiscono a scoprire e, nel mio caso, raccontare. Ecco perché sono di nuovo qui a parlarvi del Pakistan, un paese che con il turismo ha davvero poco a che spartire, e in particolare oggi vi racconterò qualcosa dell’etnia Kalash, una delle minoranze più piccole al mondo che vive confinata nella Kalash Valley, in prossimità del confine con l’Afghanistan.

Prima di iniziare a parlare dei Kalash vorrei però fare due precisazioni.

Avendo già scritto la settimana scorsa del mio impatto emotivo con il Pakistan, questo post avrà un taglio più culturale, una sorta di approfondimento su un tema sconosciuto ai più. Fino a pochi mesi orsono io per prima ignoravo l’esistenza dei Kalash per cui, in vista del viaggio, mi sono documentata al riguardo e ora, fermo restando che questo blog vuole essere fonte di ispirazione per chi lo legge, ho deciso di riassumere brevemente le conoscenze acquisite con le mie lettura e la mia esperienza sul campo.

La seconda precisazione, strettamente connessa alla prima, riguarda la ragione per cui, tra i vari Tour Operator presenti sul mercato, ho scelto di collaborare proprio con Viaggi Tribali. Dopo tanti anni di viaggi indipendenti girando come un cane sciolto per i paesi più disparati senza però avere quasi mai un obiettivo preciso, ho iniziato a sentire il desiderio di andare oltre e spingermi in territori più remoti dove è difficile arrivare da soli e in Viaggi Tribali – con i suoi itinerari interessanti e poco battuti e un’attenzione particolare all’aspetto etnografico del paese – ho identificato il partner perfetto, quello che mi avrebbe permesso di unire l’utile al dilettevole.

Ora, dopo averci trascorso due settimane vi posso garantire che il Pakistan non è uno dei paesi più semplici da girare in autonomia, soprattutto per una donna, e che raggiungere la Kalash Valley con i mezzi pubblici non dico sia un’impresa impossibile ma quasi. Una ragione in più che si somma a quelle più intime espresse nel post Dal viaggiare da soli ai tour di gruppo: pro e contro.

Ma vi dirò di più. Mi hanno proposto di ripartire il prossimo anno per accompagnare i viaggi in Pakistan – il primo dal 9 al 24 maggio e il secondo dall’11 al 26 agosto – e a differenza di molte persone che non amano tornare negli stessi luoghi ho risposto di si. Il perché è presto detto. Il primo viaggio è stato una sorta di presentazione, come dire… una stretta di mano e via! La mia presenza non ha rappresentato un gran valore aggiunto per il gruppo che accompagnavo. Non essendoci mai stata prima ne sapevo quanto loro e rispetto a qualcuno anche qualcosa in meno ma il prossimo viaggio sarà diverso, non solo per le persone che accompagnerò ma anche per me che avrò modo di concentrarmi maggiormente sugli aspetti del paese difficili da cogliere in una sola volta. Peraltro è risaputo che io sono la viaggiatrice degli eterni ritorni, specialmente nei paesi che mi dicono qualcosa e il Pakistan di cose me ne ha dette parecchie per cui la voglia di approfondire la conoscenza c’è ed è tanta!

Ora, dopo questa premessa infinita, direi di passare al tema oggetto di questo post.

La Kalash Valley, il paradiso in terra

La Kalash Valley è uno di quei luoghi difficili da raggiungere e altrettanto difficili da lasciare, dove il tempo sembra essersi congelato e a dettare il ritmo della vita quotidiana non è il frenetismo delle società occidentali ma il susseguirsi delle stagioni. Nella Kalash Valley c’è poco e nulla ma quel poco e nulla è talmente bello da sembrare irreale.

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La Kalash Valley… difficile da raggiungere e ancor più difficile da lasciare

Tra le immagini che avevo trovato (non ricordo dove) documentandomi sui Kalash mi ero appuntata questa frase:

Montagne brune come tabacco da fiuto, tumuli di 3.000 metri su cui il terreno arranca sinuoso, chilometro dopo chilometro.

Ebbene, in mezzo a queste alture si intravedono sottili strisce verdi: Bumburet, Rumbur e Birir, le tre valli che compongono la Kalash Valley – venti villaggi in tutto – in cui vivono i Kalash che quando arrivi ti accolgono con un sorriso e un allegro Isphata di benvenuto, il saluto locale, così lontano dal Salamalekum che aleggia ovunque nel resto del paese.

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Donna Kalash

I Kalash tra passato e presente, dalla religione alle tradizione

I Kalash, come ho accennato prima, sono una delle comunità etniche più piccole al mondo: circa 3.000 abitanti che grazie all’ambiente ostile e impervio in cui vivono da tempo immemorabile sono riusciti a mantenere intatto il loro credo e i loro costumi opponendosi all’Islam praticato dal 97% della popolazione pakistana. La Kalash Valley fa parte di un’antica regione chiamata Kafiristan, (l’attuale Nuristan in territorio afghano) ed è situata tra le montagne dell’Hindu Kush, sotto il distretto della provincia di Chitral.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dagli albori che giustificherebbero, secondo alcuni studi, i tratti somatici dei Kafiri, in particolare dei Kalash, che non di rado si presentano chiari di pelle e con gli occhi azzurri. C’è chi ritiene, anche se l’ipotesi non è del tutto accreditata, che i Kalash siano i discendenti di Alessandro Magno e delle sue truppe che dopo aver conquistato la Persia giunsero nella zona dell’Hindu Kush e qui il conquistatore rimase ferito a una spalla. Era la prima volta che qualcuno riusciva a colpirlo e Alessandro riconobbe negli avversari dei combattenti tenaci, per cui decise di prendere in moglie Roxane, una ragazza del posto, invitando i suoi soldati a seguirne l’esempio. Ecco quindi spiegato perché gli abitanti di questa parte del Pakistan tutto sembrano fuorché pakistani al punto che qualcuno li ha definiti i “cugini poveri degli Europei”. Non mi addentrerò nelle varie tesi contrarie o a supporto di quest’idea perché non è la mia materia e pur avendone lette un po’ faccio fatica a unire tutti i fili e ne conservo solo un vago ricordo.

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I Kalash, discendenti di Alessandro Magno

Procedendo con la storia, la tenacia e la combattività degli abitanti dell’Hindu Kush pare fosse tale da opporre resistenza anche alle armate arabe che nel VII secolo portarono l’Islam in Afghanistan e nell’India del Nord, relegando i loro ruoli alle ricche città di pianura.

Nel XIV secolo il conquistatore centro-asiatico Tamerland riuscì ad assoggettare per un breve periodo l’intera popolazione risiedente sul territorio senza però arrivare a convertirla all’Islam: i Kafiri, così come vennero definiti dai mussulmani perché ritenuti infedeli (da cui il nome Kafiristan per definire la regione) continuarono a offrire sacrifici alle divinità, bere vino e ballare insieme (uomini e donne), alimentando con il loro comportamento immorale il malcontento dei vicini di casa.

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Scorci di vita quotidiana nella Kalash Valley

I Kafiri vissero isolati in uno stato di relativa tranquillità fino alla fine del XIX secolo, subito dopo la delimitazione della frontiera con l’Afghanistan con la linea Durand, quando tre unità federali afghane inviate dal governo di Abdur Rahman Khan li sorprese con i fucili costringendoli a scegliere tra l’Islam e la morte. Fu così che Abdur Rahman, ribattezzando il Kafiristan come Nuristan (terra della luce), si guadagnò il titolo di Luce della Nazione e della Fede.

In questo contesto si inseriscono i Kalash che occupavano i territori bassi del distretto di Chitral, la città più importante della zona, annesso al Pakistan nel 1969 (a ventidue anni di distanza dalla nascita dello stato pakistano). Un tempo tutta la zona era pagana e intorno alla metà del secolo scorso si contavano circa 100.000 Kafiri ma oggi, fatta eccezione per i 3.000 Kalash che vivono nella valle e si sono salvati grazie alla barriera naturale delle montagne contro gli invasori, si sono tutti convertiti all’Islam.

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Villaggio Kalash

I Kalash, che sono appunto gli ultimi Kafiri rimasti, praticano una religione sciamanica e politeista e ritengono che la vita sia regolata da principi opposti: la mano destra e la mano sinistra, l’uomo e la donna, l’alta montagna e il fondo valle, i numeri pari e quelli dispari, la vita e la morte.

Il mondo Kalash è un universo verticale in cui il sesso maschile e le altezze (montagne) sono ritenute pure mentre il sesso femminile e le regioni basse (valli) sono considerate impure. In base a questo principio, gli uomini siedono sul lato destro della casa e le donne su quello sinistro, gli uomini pascolano le capre e le donne seminano i campi, gli uomini vanno in montagna mentre le donne restano a valle. Ma c’è di più! Durante il periodo mestruale e al termine della gestazione, poco prima di partorire, le donne lasciano le loro case e si confinano nel Bashali, un edificio riservato esclusivamente al sesso femminile che per antonomasia è soggetto a ogni tipo di impurità eliminabile solo bruciando bacche di ginepro nelle case e durante le cerimonie. Superfluo a dirsi che anche la trasmissione ereditaria avviene per linea maschile. Chiaramente non condivido nessuno di questi punti ma sono aspetti culturali importanti per l’etnia Kalash e li rispetto fino in fondo anche perché il rovescio della medaglia vuole che le donne Kalash godano di una libertà non da poco in un paese conservatore come il Pakistan: possono flirtare, è ammesso il sesso prima del matrimonio, hanno facoltà di divorziare e persino di risposarsi! Che dire, per noi è del tutto normale ma contestualizzando il luogo in cui vivono mi pare una cosa a dir poco sorprendente!

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Nelle case dei Kalash

Le donne Kalash indossano bellissimi abiti tradizionali che trasmettono allegria: vestiti lunghi e neri con una cintura rossa stretta in vita, sgargianti copricapi di tessuto (decorati con conchiglie, bottoni e camponelle) che a seconda della lunghezza possono pesare fino a tre chilogrammi e voluminose collane colorate. Gli uomini portano invece la classica tenuta pakistana nota come Shalwar Kameez ma si differenziano per un ornamento sul pacol, il berretto di panno.

Per alcuni versi i Kalash sono estremamente rigidi come per il furto, punito con l’espulsione del reo dalla comunità, e la conversione all’Islam da cui non è consentito tornare indietro.

Parlano una lingua autoctona, esclusivamente orale – sebbene a partire dal 1983 alcuni Kalash colti abbiano iniziato a tradurla utilizzando l’inglese come punto d’arrivo – appartenente al sottogruppo delle lingue indoariane con la presenza di termini che somigliano al sanscrito. La maggior parte di loro, soprattutto i più anziani, è analfabeta: nella Kalash Valley ci sono solo tre scuole in cui acquisire sapere e conoscenza.

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Incontri nella la Kalash Valley

Come già detto, i Kalash praticano una religione politeista in cui ogni dio riveste una funzione precisa e la natura gioca un ruolo spirituale significativo nella vita quotidiana. Accanto alle divinità e ad altri spiriti soprannaturali dotati di poteri divini ci sono gli spiriti degli antenati che proteggono i discendenti e assicurano il rispetto delle tradizioni.

I Kalash rendono omaggio ai loro dei recandosi negli appositi luoghi di culto o celebrandoli durante i festival: i tre principali sono il Kalash Chilam Joshi Festival in primavera, il Kalash Uchal Festival in estate e il Kalash Choimus Festival in inverno, nel corso dei quali gli abitanti della valle effettuano sacrifici, danzano in cerchio e intonano canti rituali al ritmo delle percussioni.

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Il Kalash Uchao Festival

Il nostro arrivo nella Kalash Valley è chiaramente coinciso con l’inizio del festival, folkloristico e assolutamente autentico. Buona parte dei viaggi in Pakistan del nord, per non dire tutti, vengono proposti in concomitanza dei festival Kalash per cui non posso dire che fossimo gli unici occidentali presenti ma non credo superassimo le trenta unità ed è stata un’esperienza inenarrabile che mi auguro di replicare quanto prima.

Nella credenza Kalash non esiste l’inferno e si cerca di vivere in serenità risolvendo le eventuali controversie in maniera civile per poter morire in pace e riposare nella “casa dorata” situata in cima a un’alta montagna. A garantire l’armonia tra gli uomini e fare da tramite con la natura c’erano un tempo gli sciamani ma dalla scomparsa dell’ultimo, avvenuta nel 2002, sembra non ci siano stati altri designati. Qui apro una parentesi perché mi sembra interessante raccontarvi in che modo si diventa sciamani nella società Kalash: i fortunati prescelti devono trascorrere alcuni mesi sulle cime delle montagne dove vivono gli stambecchi nutrendosi solo di pane e acqua. Quando la femmina dello stambecco partorisce, l’aspirante sciamano deve berne il latte e poi riscendere a valle per mettere alla prova i suoi poteri sulla base della credenza che in alta montagna abitino le fate e trascorrere un periodo di tempo tra loro infonde poteri soprannaturali. Non so voi ma io trovo tutto ciò dannatamente affascinante.

Degno di nota anche il fatto che i Kalash, la cui economia si basa su un’agricoltura di sussistenza, organizzano delle feste note come Biramor durante le quali un membro della comunità dona agli abitanti del villaggio tutti i suoi beni. A che pro? – si chiederà qualcuno. Beh, con il Biramor si consente una ridistribuzione delle ricchezze e il donante ne avrà un ritorno in termini di onore e una volta defunto continuerà a vivere nella memoria di chi resta. Bello no?

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La vita dei Kalash

È giunto il momento di concludere. Ci sarebbero tante altre cose da dire ma prima bisognerebbe capirle per cui dovrete aspettare che torni da quelle parti. Per me è un mondo nuovo, estremamente interessante, e non vi nascondo che il pensierino di trascorrere qualche giorno con i Kalash immersa in quel paesaggio da sogno mi ha sfiorata ben più di una volta durante i tre giorni trascorsi in mezzo a loro.

D’altronde, come può non affascinare un popolo che professa la pace e che prima della fine del nuovo anno brucia una parte dei vecchi beni per sbarazzarsi di tutti i contrasti e iniziare l’anno in sintonia e serenità? Saranno pure arcaici ma non è bello pensare che esistono ancora pezzi di mondo così puri e genuini? Voi come la vedete? Vi aspetto nei commenti

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