Otavalo e i suoi due mercati, tra street food e artigianato locale

Sono a Otavalo, cittadina situata a nord di Quito nota al mondo intero per il suo mercato tessile, uno dei più importanti e rinomati di tutta l’America Latina.

Sto parlando del mercato degli Otavalo, l’etnia amerindia che ha saputo imporsi, grazie al suo lavoro e al senso del commercio, sull’infame destino che ha causato la sottomissione, quando non addirittura la brutale scomparsa, delle popolazioni autoctone americane.

È la mia seconda volta a Otavalo. La prima risale a non più di tre mesi fa, nell’ambito del progetto 7MML Around the World 2015, un viaggio alla ricerca delle abitudini alimentari del pianeta. All’epoca era un altro il mercato che mi interessava, quello gastronomico, e Plaza de los Ponchos era stato per me solo un assaggio. Ma un assaggio talmente delizioso da avermi spinta a tornare…

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Plaza de los ponchos al mercato di Otavalo

Anche stavolta giungo a Otavalo di sera. È l’ora di cena e so già dove andrò a parare… nella piazza centrale in cerca delle bancarelle che vendono street-food. Ho ancora in bocca il retrogusto delle patate ecuadoriane, le migliori che abbia gustato in vita mia: croccanti all’esterno e morbide all’interno, con la consistenza delicata di un purè che si scioglie in bocca. Siamo in inverno, la sera l’aria è frizzante e accompagno le mie strepitose patate con un bicchiere fumante di latte d’avena.

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Venditrici al mercato del food di Otavalo

A questo punto, visto che sono in tema di cibo, vi parlerò anche dell’altro mercato, quello gastronomico, riportandovi un passaggio che avevo scritto per la pagina facebook di 7MML.

“È un’esplosione di colori quella che mi investe non appena mi addentro tra le bancarelle all’aperto di frutta e verdura. Chili e chili di vitamine e un’incredibile varietà di forme e toni cromatici mi accompagnano all’ingresso del mercato.

Con un jugo combinado in mano mi perdo per i corridoi del reparto macelleria. L’odore è forte, penetrante, quasi nauseabondo. Proseguo attraverso sacchi di legumi e frutta secca e finalmente sfocio nel reparto ristorazione.

Il profumo di carne alla brace mi solletica l’olfatto e decido di seguirlo trascurando quel che bolle nei pentoloni che si susseguono alla mia destra e alla mia sinistra. Giro l’angolo e mi ritrovo davanti un porcello intero asado con accanto una donna che mi porge un pezzo di carne terribilmente invitante… e io, che non ho mai assaggiato la porchetta perché mi disturba la sola idea di mangiare il maiale, non ho resistito alla tentazione! E conversione fu…”

E per non farmi mancare nulla, domani mi recherò al mercato per il pranzo.

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Al mercato di Otavalo… e conversione fu!

L’altro mercato, come vi dicevo, è quello dell’artigianato che ha luogo tutti i giorni in Plaza de los Ponchos. Oggi però è sabato ed è il giorno del grande mercato. Non solo la piazza, grande quanto una manzana, ma tutte le sue arterie esplodono di tessuti dai mille colori.

Osservo gli Otavalos in azione che allestiscono la piazza, nei loro vestiti tradizionali, mentre sorseggio il mio caffè: le donne dalle collane di corallo rosso e gli uomini dalla lunga treccia che si deposita lungo il poncho blu. Tutti, indistintamente, indossano sandali di fibra intrecciata. Li trovo bellissimi nonostante non rispondano ai canoni occidentali di bellezza. Resterei ore a osservare i loro tratti e ad ascoltare il suono della loro lingua, il kichwa, così lontano dallo spagnolo che si è imposto come lingua ufficiale con i conquistadores.

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I colori del mercato di Otavalo

Ma prima di perdermi in quel microcosmo infinito di forme e colori – capi di abbigliamento e accessori, amache, tovaglie, ornamenti per la casa, tappeti e chi più ne ha più ne metta – decido di visitare un laboratorio tessile, la Artesanía del Condor, un’impresa a conduzione familiare rinomata in tutto il paese per la qualità dei suoi prodotti.

E come sempre, quando voglio andare a fondo, resto con l’amaro in bocca. “È un lavoro duro, infinito e sottovalutato” – mi dice Fabiana mentre pulisce la lana e la prepara per la tessitura. – “Ho impiegato 25 giorni per terminare l’arazzo che stai fissando da quando sei entrata. Ma la gente non lo compra, dice che 180 dollari sono troppi. Non si rende conto che dietro quel lavoro non c’è una macchina ma ci sono le mie mani che tessono, per 25 giorni senza sosta…” – conclude amareggiata.

Tessitrice di Otavalo

Eh già, perché cosa sono 180 dollari per 25 giorni di lavoro? E come faccio ora io a tornare in Plaza de los Ponchos e portarmi a casa l’impossibile a prezzi irrisori? Maledetta coscienza…

La Globetrotter

E tu, cosa pensi dei mercati etnici? Sei mai stato a quello di Otavalo? Che sensazioni ti ha generato? Ti aspetto nei commenti…

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4 comments

  1. LAURO

    È sempre un piacere leggere i tuoi resoconti perchè trasmetti emozioni oltre alle informazioni, facendo sempre venir voglia di andare nei luoghi che descrivi.
    Sei bravissima sia come viaggiatrice che come scrittrice.
    Ciao e buona continuazione del viaggio.

  2. In ogni mio viaggio ci sono delle mete fisse: i mercati e i cimiteri. Questi due luoghi mostrano l’essenza della cultura che vogliamo scoprire.
    Non sono mi stata in sud america, ma soni racconti come il tuo che mi farebbero prenotare un volo in questo istante!

    • Diana
      Author

      Ma sai che pure io un’occhiata ai cimiteri non la disdegno? Eh sì, hai colto nel segno… l’essenza della cultura! E’ quella che cerco, e nn sempre la colgo…
      Per il resto che dire… sono contenta di risvegliare il tuo desiderio! E compralo questo biglietto… se posso aiutarti in qualcosa ben felice!
      Un abbraccio

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