Ha un certo fascino leggere libri che narrano di luoghi conosciuti: è un modo per viaggiare nel tempo, rievocando il ricordo, attraverso un punto di vista diverso dal tuo, quello dell’autore. L’effetto che ne deriva, quantomeno nel mio caso, è quasi sempre lo stesso: la sensazione di essermi persa qualcosa di grosso. La lacrima dei Vedda di Andrea Rigante non fa eccezione e la voglia di tornare in Sri Lanka per approfondire la conoscenza del paese, e della sua gente, è diventata quasi un’ossessione.

Perché pur avendo trascorso sull’isola di Ceylon quasi un mese, il “bello” me lo sono perso davvero! Ci sono cose di cui “ufficialmente” non si parla, o si parla poco, per cui ben vengano libri come La lacrima dei Vedda che raccontano uno Sri Lanka remoto, dimenticato, fuori rotta: lo Sri Lanka dei Wanniyala-aetto, il popolo originario dell’isola, depositario della cultura e delle tradizioni più antiche e in lotta per la sopravvivenza contro una nazione indifferente a riconoscere il suo diritto d’esistere.

Ne hai sentito parlare? Io, non mi vergogno a dirlo, prima di iniziare a leggere il libro non ne sapevo nulla e il racconto di Andrea mi ha conquistata, letteralmente, per cui direi che ha centrato nel segno!

La lacrima dei Vedda. Sri Lanka, isola di un popolo dimenticato di Andrea Rigante (edito da Alpine Studio)

La lacrima dei Vedda non segue la classica formula del diario di viaggio e si compone di due parti: quella della “scoperta”, in cui il Rigante segue un itinerario più o meno classico (Kandy, Sigiriya e Polannaruwa, la zona della Hill Country e per finire la splendida Galle) con l’aggiunta di un tour organizzato in loco presso la comunità dei Wanniyala-aetto, e quella del “ritorno”, in cui un viaggiatore tralascia l’aspetto prettamente turistico per concentrarsi su quel qualcosa che spesso la Lonely Planet (o chi per essa) a malapena menziona e che, altrettanto spesso, fa la differenza.

Nel caso del Rigante, a giustificare il “viaggio di ritorno” sono i Vedda, come vengono chiamati in singalese i Wanniyala-aetto, “gli uomini che camminano nella foresta”, che si concentrano nella zona orientale dell’isola, vicino al Maduru Oya National Park. Il suo libro, con un inserto fotografico all’interno che ne accompagna la lettura, profuma di esotico dalla prima all’ultima pagina e raggiunge piena potenza espressiva nei capitoli finali quando Andrea, liberatosi dei panni del turista (che a quanto pare gli stanno un po’ stretti) vive un’esperienza di prim’ordine a contatto con gli indigeni dell’isola.

Ed è così che La lacrima dei Vedda eleva il viaggio dal piano della “scoperta” al piano della “conoscenza” e diventa un’esperienza di incontro e condivisione emozionale con la popolazione autoctona prima e con il lettore poi che si sente chiamato in causa a sostegno di una minoranza che, pur trovandosi sul crine tra modernità e tradizione, continua a cercare nella foresta la voce benevola della natura.

Non conosco Andrea, quantomeno non ho mai avuto il piacere di stringergli la mano, ma leggendolo ho riconosciuto in lui lo stesso bisogno di “andare oltre” che anima i miei viaggi e la stessa ricerca di “capitale umano” che fa la differenza. Il fatto poi che abbia deciso di destinare parte dei proventi del libro alla creazione di una piantagione di frutta a sostegno di una scuola indigena è il valore aggiunto, quello che a mio modo di vedere ne giustifica non solo la lettura, ma anche l’acquisto.

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La lacrima dei Vedda

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La Globetrotter

Sei stato in Sri Lanka? Qual è stata la tua impressione?

Cerchi spunti per organizzare un viaggio nell’isola di Ceylon? Leggi il mio post Cosa vedere in Sri Lanka. Itinerario e consigli utili per un viaggio fai da te, oppure clicca qui per tutti i racconti on the road.

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