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La Birmania dei monaci buddhisti

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La Birmania dei monaci buddhisti

La Birmania dei monaci buddhisti

Eccoci giunti al termine di questo viaggio in Birmania. Un viaggio che ha scosso tutte le mie convinzioni e i miei cliché rivelandomi un mondo che sognavo diverso. Un viaggio che è stato una lotta dall’inizio alla fine, contro gli altri e contro me stessa. Un viaggio in cui non ho trovato ciò che cercavo ma che ha comunque lasciato il segno. A dirla tutta, più che un segno ha lasciato un solco visto che ancora brancolo nel buio alla ricerca di risposte. Un viaggio che, nonostante tutto, non avrebbe potuto concludersi in modo migliore… perché cosa c’è di meglio dello scoprire la Birmania dei monaci buddhisti in compagnia di uno di loro?

Sintonizzarmi con la Birmania sotto l’ala protettrice di un monaco buddhista era qualcosa a cui anelavo da tempo immemorabile. Figuratevi, ero solo una scolaretta impertinente per la quale la Birmania era un puntino sull’atlante, lontana nel tempo e nello spazio. E sebbene oggi io sia un’atea conclamata che riconduce tutto e il contrario di tutto alla Madre Terra, riconosco che il buddhismo, il Theravada in particolare, esercita su di me un certo fascino.

Vi dirò di più! Incontrare un monaco buddhista e trascorrere del tempo con lui era l’unico vero must di questo viaggio, molto più di quanto lo fossero Bagan o la Shwedagon Pagoda di Yangon! Avete presente la frase di Paulo Coelho “Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla”? Premesso che non sono una fan di Coelho e che odio le frasi banali e scontate… è la prima citazione che mi viene in mente se ripenso all’accaduto.

Un incontro inaspettato nella Birmania dei monaci buddhisti

È il mio penultimo giorno in Birmania. Sono seduta con le gambe a penzoloni sul ponte U-Bein in attesa del crepuscolo, totalmente assorta nei miei pensieri, quando una voce alle mie spalle mi riporta alla realtà. Non è una voce qualsiasi, una delle tante che transitano sul ponte per attraversare il lago – per inciso, il ponte U-Bein di Amarapura è il ponte in teak più lungo al mondo con 1.200 metri di legno duro che uniscono le due sponde del lago – ma una voce celestiale. Una voce che percepisco lontana nonostante sia a pochi passi da me.

Mi volto, percorro con lo sguardo il tessuto color amaranto che mi sovrasta e mi imbatto in un paio di occhiali da vista a corredo di un volto scarno dalla testa rasata. Guardo a destra e sinistra per sincerarmi che stia parlando con me. Comunica in inglese e sono l’unica straniera per cui balzo in piedi e gli porgo la mano. Non vorrei si volatizzasse sotto i miei occhi. Mi scruta con lo sguardo penetrante, è evidente che la curiosità lo sta divorando, la stessa che sta divorando me da giorni. Non posso credere che stia andando così! Sono nella Birmania dei monaci buddhisti in compagnia di uno di loro, ardo dal desiderio di tempestarlo di domande e non ne ho il tempo perché lui sta facendo la stessa cosa con me!

Sono stizzita, lo confesso. Poi penso al karma, a quel poco che so del karma in realtà. Ho visto pezzi di mondo e lui mi sta chiedendo di raccontargli qualcosa di quei pezzi di mondo che lui può solo sognare. Magari, senza i miei racconti, non li conoscerà mai. Magari io in Birmania ci tornerò. Magari, chi lo sa, verrò a prendere i voti… per cui mi lascio trasportare dal suo vortice di domande e cerco di dargli delle risposte, Almeno uno dei due stasera se ne va a letto contento, penso con un pizzico di sarcasmo.

E il karma esiste ragazzi, eccome se esiste! Perché prima di congedarsi mi invita a visitarlo al monastero! Non sto nella pelle dalla contentezza, gli salterei addosso ma non so come la prenderebbe per cui cerco di trattenere l’entusiasmo e, colma d’emozione, mi abbandono davanti a lui in un inchino. Mi avrà presa per pazza? Possibile! Per me l’unica cosa che conta è che mi aspetta domani al Monastero.

Per farla breve passo la notte insonne – tra l’adrenalina alle stelle e la preoccupazione di non riuscire a trovare il monastero con le sue indicazioni approssimative e l’inglese che qui in Birmania non va per la maggiore – e la mattina di buon’ora, con i trasporti locali, mi avvio alla volta di Amarapura per il famigerato incontro. Ecco, vi basti sapere che una sola giornata trascorsa con lui, con il mio monaco buddhista, è valsa l’intero viaggio in Birmania. Dalla calorosa accoglienza al monastero, con tanto di caffè accompagnato da una tazza di latte, alla visita di tutte le pagode di Mandalay sulle orme del mio guru che gli infonde vita e colore! Con lui ogni Pagoda, ogni Buddha, ogni angolo di questa città hanno un altro sapore…

Davanti alla statua del Buddha seduto del Mahamuni Paya il santone mi racconta che ogni mattina, dal lontano 1988, un monaco anziano esegue la cerimonia della toilette del viso del Buddha (non so se si chiama realmente così o se è lui a usare un’espressione particolarmente colorita). A quanto mi dice, solo gli uomini sono autorizzati a toccare la statua su cui depositano in segno di rispetto sottilissime foglie d’oro. Mi spiega come vengono forgiate le foglie. Un lavoro minuzioso, logorante, che richiede un sacco di tempo e viene pagato solo se il lavoro finito è perfetto.

Cerco di seguirlo nel suo viaggio mentale, mentre parla con me percepisco una parte di lui volare lontano e perdersi via ma d’altronde pure io l’ascolto con l’udito e con la mente sono altrove, inseguendo i punti di domanda che mi stanno annacquando il cervello. Mi chiedo com’era la sua vita prima e di cosa viveva, visto che mi ha confessato di essere al monastero da soli due anni, ma a volte faccio fatica a capire il suo inglese e poi non vorrei metterlo in imbarazzo. Se ha voglia di raccontare… sono qua!

Insomma, dopo aver consumato le suole delle scarpe per le vie di Mandalay, ci congediamo con uno pseudo-abbraccio. Sto per lasciare la Birmania dei monaci buddhisti, un altro dei miei sogni che si è realizzato.

Un paese, per quel poco che ho visto, pieno di contraddizioni… perché se un monaco birmano non può possedere nulla o quasi – almeno così mi è parso di capire – mi spiegate perché in una stanza con sei letti all’interno del monastero ci sono sei televisori? E perché ogni letto viaggia in coppia con un locker e una valigia chiusi a chiave? Non sono così scrupolosa nemmeno io che spesso e volentieri divido una stanza d’ostello con dei perfetti estranei… e che dire dei cellulari di ultima generazione che ho visto maneggiare ad alcuni di loro? Non vuole essere una critica anzi, semplicemente non capisco. Il viaggio serve anche a questo giusto? A capire quel che non conosciamo…

Lascio la Birmania nel 2013 con una raccomandazione… andateci, è un paese assolutamente straordinario, ma andateci al più presto. Se mi perdonate l’espressione, è un paese che potrebbe facilmente – se non l’ha già fatto – vendere l’anima al diavolo.

Non so come fosse la situazione prima che aprissero le frontiere al turismo, da quel che mi racconta chi c’è stato doveva essere diversa. La mia impressione, che non vuole essere una verità assoluta ma la semplice opinione di una profana che l’Asia la conosce solo per sentito dire, è che l’apertura al turismo dopo decenni di isolamento e il conseguente boom economico abbiano generato nei birmani un’ansia, più che giustificata, di modernità. Un’ansia che stride con la spiritualità di cui è intriso il paese e che, in men che non si dica, lo trasformerà. Credo sia giusto e inevitabile anche se triste, voi cosa ne pensate?

La Globetrotter

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Diana Facile
Diana Facile
In primis viaggiatrice, tutto il resto a seguire... sempre che abbia un travel davanti!

12 Comments

  1. Partyepartenze ha detto:

    La Birmania è stato uno dei viaggi più profondi e controversi della mia vita. Tanta pace e calma dove io non ho trovato nè pace nè calma. E’ stato magico però riuscire a trovare un equilibrio tra i urla e silenzio, tra povertà e lusso. Non è un luogo che si capisce al primo passaggio: secondo me serve andare più volte per assaporarne l’essenza. O è solo che mi piacerebbe tornarci?

    • Diana ha detto:

      Cara Partyepartenze… una delle cose che ho imparato viaggiando è seguire il mio cuore! Ci sono luoghi che io definisco “luoghi dell’anima” e sono quelli che lasciano il segno, in un modo o nell’altro. Perché non tornare in un luogo che ha lasciato il segno? Solo perché il mondo è grande e ci sono tante cose da vedere? Chi se ne frega… il viaggio è una scoperta ma è anche un ritorno, un ritorno a noi stessi, e le tue belle parole mi dicono che forse tu in Birmania hai trovato più di quel che pensi e soprattutto di quel che ho trovato io… Se decidi di tornarci, fammelo sapere! Ci tengo…

  2. Nino ha detto:

    Capisco ben il tuo entusiasmo perché anch’io ho fatto la stessa esperienza a Kalaw in un monastero. Per tre giorni ho partecipato alla vita del monastero ospite del monaco che mi ha approcciato mentre visitato il luogo. É stata un’esperienza unica che sicuramente mi ha arricchito culturalmente e spiritualmente e della quale serbo un ricordo, credo, indelebile
    Un saluto. Nino

    • Diana ha detto:

      Grazie mille Nino per il tuo contributo! Decisamente l’esperienza con l’amico monaco è stata quella che ha lasciato il segno sono momenti davvero unici che restano scolpiti nel cuore! Un abbraccio e benvenuto…

  3. Claudia ha detto:

    Solo tu puoi vivere esperienze così. Sei un mito!!

  4. Lucilla ha detto:

    Ciao Diana. Mi hai ricordato il mio viaggio in SriLanka di 10anni fa. A volte mi manca e mi piacerebbe tornare ma temo che ne rimarrei delusa per gli stessi motivi di cui parli. Potersi muovere con tanta facilità, la globalizzazione che investe le culture, non sono cose buone. Ho descritto meglio questa sensazione parlando di Cuba: altra storia ma stesse perplessità.

    • Diana ha detto:

      Ciao Lucilla, concordo in pieno! La globalizzazione e il turismo di massa rovinano i popoli e di conseguenza i paesi. Vorrei tornare a Cuba a distanza di anni ma, come te per lo Sri Lanka, ho paura di quel che troverei. Ho visto il tuo post e mi sono ripromessa di leggerlo quanto prima, mi sembra che siamo abbastanza sintonizzate sotto questo punto di vista! A presto

  5. Maria ha detto:

    Ciao Diana, hai proprio ragione la Birmania è un posto straordinario con persone meravigliose sempre sorridenti nonostante tutto.
    Anche io ho avuto la fortuna di incontrare un monaco e parlarci ti trasmettono una pace e una serenità difficili da spiegare; io e il mio compagno ci siamo stati nel 2015 purtroppo come dici tu la loro sete di modernità e la loro curiosità verso il “nostro” mondo potrebbe rovinare quell’unicità tipica di alcuni luoghi del sud est asiatico, come il Nepal ancora più straordinario che mi ha regalato quest’estate delle emozioni e sensazioni che mi hanno colpito nell’anima!!
    Grazie mi hai fatto rivivere dei bei momenti.

    • Diana ha detto:

      Carissima Maria, grazie a te per esserti presa il tempo di leggermi! Anche per me la parte più bella del viaggio è stata quella che ho trascorso al nord per i momenti che mi ha regalato il mio santone buddhista! La prossima volta che andrò in Asia sarà il Laos, mi hanno detto che è il paese più “spirituale” del sud-est asiatico… un abbraccio e grazie ancora

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