Il Kosovo è stato il primo timbro sul passaporto del post pandemia.

A dirla tutta in Kosovo si può entrare anche con la carta d’identità ma si sa, noi affetti da wanderlust agogniamo timbri come un diabetico necessita l’insulina.

Un Paese che mi ha lasciato un ricordo dolcissimo e non perché è stato il primo viaggio del post pandemia, ma perché è un luogo che trabocca di umanità.

Una settimana scandita da chiacchiere e incontri che mi ha aperto le porte di un mondo lontano anni luce, seppur così vicino. Un mondo che ancora oggi genera incertezza e timore in chi non lo conosce, ma è realmente un Paese insicuro o lo è solo nel nostro immaginario?

– Perché mai il Kosovo? Non è pericoloso? – è la domanda ricorrente nelle settimane che precedono il viaggio. Domanda che trova risposta nel sorriso con cui il poliziotto mi restituisce il passaporto timbrato all’aeroporto di Pristina. Ricambio il sorriso e mi avvio a passo svelto verso l’uscita dove sosta l’autobus diretto in città.

Pristina si rivela una capitale moderna, tranquilla e amicale, poco interessante da visitare ma piacevole da vivere. È quanto mi raccontano gli expat con cui mi ritrovo a conversare la sera del mio arrivo in uno dei tanti bar affollati del centro. Europei arrivati per uno stage di qualche mese che l’hanno eletta a dimora stabile e nomadi digitali che una casa non ce l’hanno e che a Pristina hanno deciso di fermarsi un po’ più a lungo.

Con pochi giorni a disposizione non vale la pena perderci troppo tempo e dopo la visita di un giorno alla vicina città di Mitrovica, mi sposto a Pejë in bus. Come a Pristina le temperature sono infuocate, ma l’afa è mitigata dalla presenza delle montagne che incorniciano la Val Rugova e raggiungo il mio alloggio camminando.

LEGGI ==> Se vuoi capire il Kosovo devi andare a Mitrovica!

Mi accoglie una donna che si presenta con un sorriso, senza profferire parola. L’inglese in Kosovo lo usano tutti, ma solo sotto i quarant’anni di età, e lei li ha superati da un pezzo. Le fa da interprete la nipotina che mi invita a togliere le scarpe e mi chiede se desidero un caffè. Turco, in sintonia con la casa in stile ottomano che il figlio della donna ha adibito a guesthouse.

Per i serbi è Peć, per gli albanesi Pejë e per entrambi un simbolo della cultura nazionale. A giustificare i primi la presenza del Patriarcato serbo-ortodosso che ne farebbe la sede spirituale della nazione, mentre i secondi sono legittimati dal ruolo di centro commerciale rivestito dalla cittadina quando l’area era un Vilayet dell’Impero ottomano.

Peć
Peć

Dalla čaršija al Patriarcato ci sono un paio di chilometri che percorro a piedi, seguendo il corso del fiume Bristrica: davanti al cancello un militare italiano mi chiede i documenti. “Controllo di routine a tutela del patrimonio storico e artistico custodito all’interno” – mi rassicura quasi a volersi giustificare. La guerra è finita da oltre vent’anni ma la KFOR resta qua, a presidiare e proteggere i siti religiosi serbo-ortodossi da eventuali attacchi di estremisti albanesi kosovari.

Ancora qualche centinaio di metri e un cartello scritto in tre lingue, di cui capisco solo l’inglese, segnala l’ingresso del Patriarcato. Supero il portale ad arco e mi si apre il giardino dell’Eden che guida il mio sguardo verso il complesso di mattoni rossi dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Patriarcato di Peč in Kosovo
Patriarcato di Peč

Le quattro chiese, sovrastate da cupole rivestite di lamine in metallo, furono edificate in tempi diversi nella prima metà del XIV secolo ed elevate al rango di Patriarcato nel 1346 sotto il regno dello zar Dušan. Gli interni, rivestiti di fitti affreschi, non lasciano un centimetro di respiro libero e insieme alle icone e agli antichi manoscritti, ospitano il sarcofago di marmo rosa contenente le spoglie del patriarca Jefrem.

Interni affrescati del Patriarcato
Interni affrescati del Patriarcato

Mi muovo tra gli ambienti seguita dal passo felpato e lo sguardo vigile di una monaca con indosso una tunica nera che la copre da capo a piedi. Manca totalmente di loquacità e decido di tornare in città.

Patriarcato di Peč con suora che pulisce
Una delle monache si dedica alla cura del giardino

Sotto la dominazione turca la čaršija di Pejë, in stile ottomano-levantino, era uno dei centri nevralgici sulla rotta dei commerci tra Oriente e Occidente.

Rasa al suolo durante la guerra del 1999 e ricostruita grazie all’impegno civile della municipalità locale che ha rivitalizzato il bazar e le piccole botteghe artigiane, mi appare ancor più tranquilla di Pristina e mi riesce difficile pensare al Kosovo come a un paese pericoloso. Le ferite inferte dalla guerra hanno sicuramente lasciato un segno tra le pieghe dell’animo umano, ma la gente sorride mentre sorseggia il suo caffè seduta ai tavolini dei bar all’aperto. Di serbi in giro non se ne vedono, i pochi presenti in zona si concentrano attorno al Patriarcato e i tratti somatici attorno a me sono quelli tipici albanesi.

Seguo l’esempio dei locali e ordino un espresso macchiato. “Ottima scelta! Lo sai che il Kosovo è il sovrano dell’espresso macchiato?” – attacca l’uomo alla mia destra, parlando in italiano. Senza aspettare risposta, allunga la mano e si presenta: Valentin. Occhi e capelli scuri, pancetta appena accennata, dita macchiate di nicotina e a differenza della suora ortodossa, ha una gran voglia di comunicare con me.

Ha lasciato il Kosovo nei primi anni Novanta per sottrarsi all’obbligo del servizio militare e si trovava in Italia quando è scoppiata la guerra: ha combattuto a distanza, sostenendo la sua gente con aiuti economici, e dopo 15 anni di vita all’estero ha deciso di rientrare in patria per mettere su famiglia.

La lingua comune agevola la conversazione e mi spiega che il Kosovo è grande quanto l’Umbria, poco popolato e molto tradizionalista. La tendenza è sposarsi tra connazionali e le coppie miste sono tuttora una rarità. Anticipa la mia domanda affermando che i matrimoni combinati appartengono al passato remoto e che Violeta, la moglie, l’ha conosciuta e scelta quasi vent’anni fa, senza costrizioni.

Meno di un’ora dopo mi ritrovo seduta a tavola con Violeta, Valentin e i tre splendidi figli ad ascoltare storie del tempo che fu. Partendo dal condottiero albanese Skanderbeg che guidò la ribellione contro l’Impero Ottomano negli attuali territori di Albania, Macedonia del Nord, Grecia, Kosovo, Montenegro e Serbia fino al conflitto più recente del 1998-1999 volto a ottenere l’indipendenza dalla Repubblica Federale di Jugoslavia, mi raccontano la storia di un popolo fiero e coraggioso, che rivendica e lotta per la sua identità.

Le ore scorrono veloci, si è fatta notte e non ce ne siamo accorti. Mi hanno riempito di cibo e di rakia, oltre che di storie, e lascio la casa mezza ubriaca in compagnia di Valentin e Laura, la figlia maggiore, che mi scortano alla guesthouse. “Torna quando vuoi, da noi troverai sempre le porte aperte” – mi sussurra Valentin mentre mi stringe in un abbraccio, ripetendo le stesse parole pronunciate da Violeta poco prima.

Val Rugova in Kosovo
Val Rugova

Non è facile aprire le porte di casa a uno sconosciuto e accoglierlo come se fosse un amico di vecchia data che non vedi da un po’. Non è facile nemmeno entrare in casa di uno sconosciuto e fidarsi come se fosse una persona cara. Eppure accade. Quando ci si avvicina all’altro con il cuore aperto, a ricevere e a dare, succedono cose incredibili. Ed ecco perché, per me, i viaggi più belli li fanno le persone.

La Globetrotter

Sei stato in Kosovo? Che impressione ti ha fatto? A te che invece non lo conosci, come te lo immagini?

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2 pensieri su “Perché mai il Kosovo? Non è pericoloso?

  1. Claudia dice:

    ciao, purtroppo non conosco per niente quell’area dell’Europa e mi piacerebbe rimediare prima o poi. a proposito di Kosovo ho letto il romanzo La buona condotta in cui in una piccola cittadina si ritrovano a convivere due sindaci: uno eletto dalla popolazione di origine albanese e un altro inviato dal governo centrale serbo. non è un romanzo drammatico, però mi ha aiutato a comprendere la situazione.

    • Diana Facile dice:

      Ciao Claudia,

      in primis ti ringrazio per il suggerimento. Amo i libri che aprono la mente e me lo sono segnato, da leggere in estate. É una parte d’Europa che pure io conoscevo poco e mi ha sorpreso positivamente, te la consiglio di cuore!

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