Alla scoperta di Kara e della valle dei Tamberma, nel nord del Togo

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Alla scoperta di Kara e della valle dei Tamberma, nel nord del Togo

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Kara e la valle dei Tamberma

Nella parte settentrionale del Togo, uno degli stati più piccoli di tutto il continente africano, risiedono i Tamberma, un’etnia originaria del Burkina Faso insediatasi sul territorio intorno al XVI secolo. A differenza di Kpalimé e della regione degli altipiani, che si contraddistingue per la presenza di una ricca e folta vegetazione, il nord del paese rivela un paesaggio savanico dal clima estremamente arido e secco.

Confesso che non avrei mai immaginato di trovare tanta varietà in un paese minuscolo come il Togo. Varietà non solo paesaggistica e climatica ma anche, e soprattutto, culturale. Qualche settimana fa siamo stati a Kpalimé tra monti, cascate e foreste; oggi vi propongo di visitare i dintorni di Kara e la valle dei Tamberma, altrimenti noti come Batammariba o “les architectes de la terre”.

Kara e la valle dei Tamberma

Sono passate da poco le sei quando facciamo il nostro ingresso trionfale alla gare routière di Kara. Nove interminabili ore a bordo di un minibus scalcinato che ha lasciato Kpalimé questa mattina sotto le false spoglie di un confortevole “due piani”, con il carico sul tetto che a dir poco raddoppiava l’altezza del mezzo di trasporto!

Ormai avvezza a questi viaggi infiniti e logoranti, decido di giocare sporco e poco prima dell’alba mi presento davanti al conducente implorandolo di riservarmi un posto sul sedile accanto al suo. Di fare la sardina non ne ho proprio voglia e visto che tutto il mondo è paese e che una donzella sola è pur sempre da proteggere… con un paio di sorrisetti e sbattimenti di ciglia divento la privilegiata di turno.

Nell’attesa che concludano le loro assurde manovre, tra cui quella di togliere la fila in fondo di sedili per poter riempire il mezzo fino all’ultimo centimetro cubo, mi accomodo a terra per godermi lo spettacolo gratuito offerto dalla gare routière, con i procacciatori di clienti che corrono a destra e sinistra come forsennati, le donne che sfilano portando in equilibrio sulla testa cibarie e bevande di ogni genere, i venditori ambulanti che urlano a gran voce l’offerta del giorno (e hanno davvero tutto ciò di cui hai bisogno, anche quel che non immagineresti mai!), le capre e le galline che razzolano beate in mezzo ai minibus e i taxi-brousse – reliquie di un tempo ormai andato che tuttavia continuano a funzionare – e i clacson che strombazzano all’impazzata senza una ragione reale. Mi sembra di essere sullo scenario di un film di Kusturica!

Totalmente assorbita da quello spettacolo delirante perdo di vista per un po’ il mio mezzo di trasporto e quando finalmente riprendo contatto con la realtà… mi sento mancare! Eh già, perché in quel cubicolo dallo spazio ridotto saliranno ben ventidue passeggeri. Un piccolo ma non insignificante dettaglio visto che anche le postazioni davanti, normalmente riservate all’autista, al vice e al fortunato di turno, accoglieranno, oltre a me e al conducente, ben tre persone e una bambina che mi carico sulle gambe per non sentirmi costretta a cedere il posto alla madre. Egoista forse… ma l’idea di finire dietro, senza poter muovere nemmeno un dito, con il caldo asfissiante e su strade dimenticate da Dio per nove ore, nella migliore delle ipotesi, mi terrorizza ed è l’istinto di sopravvivenza ad avere la meglio!

E così partiamo… Nove lunghe ore che trascorro ascoltando la gente dialogare in ewe, la lingua locale, senza capire una parola ma dilettandomi nel tentativo di cogliere i toni e i colori dei loro discorsi e delle loro voci, e osservando il paesaggio con la piccola che mi dorme tra le braccia. Poco alla volta il verde lussureggiante di Kpalimé cede il passo al colore della terra bruciata, della paglia e del fieno, degli arbusti secchi. I toni caldi del Sahel si impongono lenti e inesorabili. Ogni tanto incrociamo minibus in panne, con la gente fuori accaldata e sofferente che pazientemente attende di poter ripartire, senza sapere se, e quando, succederà.

Improvvisamente, dietro una curva, appare lei, la Faglia di Alekjo, una fenditura nella roccia che sembra essere stata modellata a colpi di sciabola. Il tutto incorniciato dall’infinità spaziale dei monti, alla mia sinistra, e del precipizio, chiaramente privo di guardrail, alla mia destra. Madre natura non sbaglia mai…

Finalmente, dopo nove eterne ore, raggiungiamo Kara. Ad attendermi trovo David, amico di amici, che mi accompagnerà a visitare il sito di Koutammakou dove risiedono i Tamberma, popolazione autoctona dell’omonima valle, e le tata, costruzioni che il nord del Togo condivide con il nord del Benin. Sono affamata e gli chiedo subito di portarmi a mettere qualcosa sotto i denti… al morto, lo zaino, penseremo più tardi! “Ho voglia di fufu” – il piatto tipico di questa zona dell’Africa Occidentale, una pietanza a base di ignam o di manioca che viene accompagnato con della salsa alla carne o al pesce – dico a David entusiasta. Piatto ricco mi ci ficco! Sono talmente affamata che dopo essermi leccata a dovere le dita ne ordino una seconda porzione, mentre David ripiega su un piatto di spaghetti. “Nous, les togolais, on en a marre de manger du fufu” afferma mentre affonda la forchetta nel piatto di spaghetti scotti e collosi per rispondere alla mia domanda inespressa. Ha l’aria di essere un bravo ragazzo e alla fine l’albergo diventa un materasso per terra in casa sua. Vorrebbe cedermi il letto ma declino categoricamente, non voglio abusare della sua gentilezza, e poi sono così stanca che non mi sveglierebbero nemmeno le cannonate!

È l’alba quando Morfeo mi scioglie dal suo vigoroso abbraccio. Mi sento fresca e riposata come una rosa… pronta ad affrontare un’altra ricca, sorprendente giornata.

Ci avviamo, di buon’ora, alla volta dei villaggi kabié.

Alle sette del mattino il caldo è già inclemente. Dopo una breve tappa al bacino da cui proviene l’acqua potabile di Kara ci dirigiamo verso Pya, il villaggio natale del presidente del Togo, Faure Gnassingbé. Molto pittoresco, soprattutto perché stanno per celebrare il funerale di un diplomatico e tutto il paese è concentrato nella via principale per onorare il defunto. Le donne con i loro vestiti sgargianti da un lato, gli uomini con i loro abiti migliori dall’altro. Un chiacchiericcio amabile e rumoroso. In mezzo, un lungo corteo di macchine, tra cui quella dello stesso presidente. Cerco, invano, di respirare l’aria e l’atmosfera funerea che ci si aspetta in queste circostanze. La gente è gioviale, forse in virtù del fatto che li attenderà un ricco buffet alla conclusione del rito, o forse perché son lì solo per rendere omaggio a un membro dello Stato di cui magari disapprovavano anche l’operato.

Quando finalmente la strada si libera ci rimettiamo in moto per raggiungere la casa del fabbro del paese. David ha la malsana idea di sfrecciare baldanzoso davanti alla casa del presidente e ci becchiamo una bella lavata di capo dal militare di guardia che per poco non ci ritira il mezzo: “Quando il presidente è a Pya, l’accesso alle quattro strade che circondano la sua tenuta è interdetto!”. David si prodiga in banali scuse mentre io mi allontano per evitare discussioni. Non sarebbe più semplice chiudere direttamente la strada? Come se uno fosse obbligato a seguire tutti gli spostamenti del presidente… o forse è semplicemente il modo per spillare denaro ai poveri malcapitati che, ignari della gravità delle loro azioni, si azzardano a commettere un tale sacrilegio? Noi ce la caviamo con una semplice strigliata e riprendiamo la strada per Tchare.

Giunti a destinazione, entriamo nella stanza dove, per tre giorni a settimana, dalle 02.00 del mattino alle 05.00 del pomeriggio, il fabbro lavora con la sua famiglia. È l’unico del paese e si da un bel daffare per soddisfare le necessità della gente di Pya e dintorni. Forgia in media sette vanghe al giorno. È un lavoro duro e massacrante. Un uomo, con due lunghe tenaglie in mano, solleva il pezzo da lavorare e lo posa sui carboni accesi mantenuti in vita da una terza persona che li ventila senza tregua. Quando il ferro è rovente, le tenaglie si spostano e lo poggiano su una superficie affinché il fabbro possa cominciare a batterlo con una pietra del peso di diciotto chili per dargli la forma. Il medesimo procedimento viene utilizzato per perfezionare l’opera.

Kara e la valle dei Tamberma

Tre bambini scalzi, dal ventre gonfio, corrono avanti e indietro, attraversando incuranti la stanza in cui vengono forgiati gli strumenti in condizioni così precarie. Li guardo strabuzzando gli occhi e chiedendomi cosa accadrebbe se uno di loro inciampasse finendo dritto dritto sui carboni ardenti. Nella migliore delle ipotesi resterebbe deturpato a vita… chiudo gli occhi inorridita! Ma Dio è grande e non succede nulla, quanto meno non sotto i miei occhi.

Lasciamo il fabbro alla sua attività e riprendiamo il cammino per la Valle dei Tamberma, nei pressi di Kanté, che in kabié significa “vieni ad abitare nella mia casa”. Ciò dovrebbe dare il senso dell’ospitalità di questo popolo. Un senso che purtroppo io non riesco a trovare. Mi è stato detto che fino a qualche anno fa i Tamberma, di religione animista, giravano nudi e vivevano di baratto. Ma dove arriva il turista arriva il desiderio, legittimo, di progresso e civiltà. E questo a discapito dello spirito originario.

Mentre percorriamo le strade desolate e cotte dal sole, avvistando qua e la qualche tata, veniamo fermati da un gruppo di persone che inizia a chiedere denaro in cambio di una foto al vieux, il capo spirituale, il saggio, l’autorità suprema. Ne approfitto per chiedere di visitare l’interno di una tata e a desiderio esaudito mi vengono chiesti nuovamente dei soldi. Ciò che mi colpisce è il fatto che la loro è una richiesta che sfuma nella pretesa, come se gli fosse dovuto!

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Kara e la valle dei Tamberma

Mi allontano stizzita con David che inizia a parlarmi un po’ delle tate, antichi fortini sormontati da torrette progettati per permettere ai suoi abitanti di difendersi dai nemici. Oggi questo bisogno è venuto meno e lo spazio adibito al lanciatore di frecce è ora un ripostiglio o un sedile, a seconda della necessità. Le scale che conducono al granaio altro non sono che tronchi d’albero a forma di Y con incise delle tacche, a intervalli regolari, su cui cimentarsi in un esercizio acrobatico! La terrazza luminosa, a cui si accede tramite una botola che funge da porta, offre una visione della valle a 360° ed è qui che si cucina, si mangia, si chiacchiera e si dorme, nelle piccole stanze-alveolari che sovrastano le torrette. All’esterno, accanto alla porta, sono collocati dei piccoli altari dedicati agli spiriti, e i muri sono ornati da trofei di caccia.

Dopo averne osservata attentamente qualcuna, chiedo a David perché tutte le tata hanno l’ingresso rivolto a ovest e perfettamente in linea con la superstizione che permea ogni aspetto della vita in Africa, mi dice che l’est è il lato da cui provengono tutti i mali della società mentre l’ovest non apporta altro che prosperità e positività. Poi mi invita a seguirlo per mostrarmi l’iscrizione del sito di Koutammakou nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità come Paesaggio Culturale Vivente.

Continuiamo a gironzolare per la valle in moto fino a quando l’arsura diventa prepotente… tra un villaggio e l’altro, che distano decine di chilometri, non c’è assolutamente nulla. Qualche tata stanca e solitaria sonnecchia sotto un baobab quasi spoglio, rompendo il paesaggio desolato e bucolico ma non il silenzio tombale che lo accompagna: sotto il sole cocente del pomeriggio sono tutti sepolti all’interno in cerca di un po’ di sollievo. E sono sempre le donne le più coraggiose, le famigerate porteuses, che rientrando a gruppetti di due o tre dal mercato animano il monotono sfondo stepposo.

Arriviamo a Kara assetati e affamati e l’invito della dirimpettaia di David di condividere con loro le pâtes è una manna dal cielo. Non stiamo certo parlando di haute cuisine – a dirla tutto le pâtes sono totalmente insapori, riempiono lo stomaco senza soddisfare i sensi… e le salse di accompagnamento (che nel caso di specie trovo particolarmente invitanti… sauce aux poissons et sauce aux grains de baobab) non sono certo abbondanti – ma l’atmosfera è così conviviale che lo rende l’unico pasto desiderabile.  Alla buvette di fronte mi procuro delle Flag, l’unica birra presente in tutti i paesi dell’Africa Occidentale, e mi godo il piacere di questa serata deliziosa in compagnia di sconosciuti che mi hanno aperto tutte le porte…

La Globetrotter

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Diana Facile
Diana Facile
In primis viaggiatrice, tutto il resto a seguire... sempre che abbia un travel davanti!

4 Comments

  1. Marilena ha detto:

    BELLISSIMO IL TUO VIAGGIO IN TOGO MI E PIACIUTO UN SACCO TANT’È CHE CI ANDRÒ

  2. Riccardo ha detto:

    Non vedo l’ora di conoscere e immergermi in questo meraviglioso mondo dei Tamberna, l’Africa è un mondo ancestrale che ci ricollega alla terra, al nostro io più profondo. E una volta che la incontri, non puoi più farne a meno!! Vive l’Afrique

    • Diana ha detto:

      Si Riccardo, vive l’Afrique! Ogni volta che penso all’Africa sento il cuore aprirsi in un abbraccio, anche se sono anni che manco… troppi forse!

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