L’isola di Gorée, in Senegal: un simbolo di schiavitù

La Venezia di Andrea Vismara. Dalla Città Eterna alla Serenissima
23 Luglio 2020

L’isola di Gorée, in Senegal: un simbolo di schiavitù

L’isola di Gorée, in Senegal: un simbolo di schiavitù

Undici milioni. Undici milioni è il numero stimato di africani che tra il XVI e il XIX secolo ha alimentato uno dei capitoli più drammatici e bestiali della storia dell’umanità: quello della tratta degli schiavi attuata dalle principali potenze europee dell’epoca con il beneplacito, e l’assoluzione, della chiesa cattolica. Tra i luoghi di partenza privilegiati della costa Atlantica africana per le Americhe ci sono Ouidah, in Benin, di cui ho già parlato a suo tempo in un reportage dedicato al Festival del Vodù, e l’isola di Gorée, a venti minuti di navigazione da Dakar, in Senegal, di cui vi racconterò qualcosa quest’oggi.

Io ci sono stata due volte, a distanza di un anno, nel corso dei miei viaggi in Senegal, il paese più visitato di tutta l’Africa Occidentale, soprattutto dai francesi che all’epoca della colonia avevano stabilito la capitale a Saint-Louis, nel nord del paese, e che oggi si riversano sulle spiagge della Petite Côte, a sud di Dakar.

L’isola di Gorée

A soli tre chilometri dalla costa del Senegal si trova una minuscola isola dai paesaggi pittoreschi e l’atmosfera rilassata che sotto l’apparente tranquillità cela un passato burrascoso e doloroso. Il suo nome è Gorée che secondo alcuni deriverebbe dalla parola olandese Goedereede, equivalente di “buon porto” o “isola della fortuna”, e a ben vedere l’etimologia del nome sembra supportato dalla sua storia.

La storia dell’isola di Gorée

Nel 1444 gli esploratori portoghesi, guidati dal navigatore Dinis Dias, approdano sull’isola disabitata che si rivela un ottimo porto naturale in cui fare tappa per rifornirsi di cibo e acqua fresca ed effettuare riparazioni alle navi in transito.

Nel 1588 ha inizio la lotta per la contesa di Gorée da parte delle principali potenze europee – olandesi, francesi e inglesi – che dura fino al 1817, quando la Francia si afferma come proprietaria indiscussa dell’isola.

Questi sono gli anni clou per la tratta degli schiavi africani e Gorée, grazie alla sua posizione strategica, si trasforma da semplice luogo d’approdo nel porto di smercio in cui imbarcare cera, piume di struzzo, pelli di animali esotici, oro, avorio, gomma, arachidi e spezie da vendere nei mercati europei, oltre al capitale umano da destinare alle piantagioni di canna da zucchero, cotone e tabacco del Nuovo Mondo.  

La nota più triste, a mio modo di vedere, è che la tratta degli schiavi trova i suoi principali nemici negli stessi africani. I capi tribù, infatti, iniziano a farsi la guerra tra di loro allo scopo di vendere i prigionieri al miglior offerente e migliaia di persone vengono strappate alla loro terra, marchiate con ferri roventi e stipate in condizioni miserabili nei galeoni in partenza per il viaggio senza ritorno.

Nella metà del XIX secolo Gorée vanta una prosperità economica senza eguali. I francesi insediati sull’isola le conferiscono un tocco di stile e raffinatezza e adattano l’architettura della madrepatria al clima tropicale costruendo case arieggiate dalle ampie sale che si affacciano su immensi portici, balconi e terrazze. Ricchi mercanti di schiavi, neri liberi e capitani di nave ricreano a Gorée usi e costumi dell’alta società francese e vivono come pascià fino a quando, con l’abolizione del traffico di schiavi nel 1848 e l’apertura del canale di Suez nel 1869, buona parte dei suoi abitanti migra nel continente in cerca di lavoro e l’isola torna a essere l’approdo tranquillo di un tempo, custode e simbolo del capitolo più tragico e penoso della storia africana.

Visita della Maison des esclaves, la porta dell’inferno

Punto nevralgico della sofferenza passata, la Maison des esclaves è un luogo intriso di storia e di emozioni. Impossibile visitarla senza lasciarsi coinvolgere dall’energia oscura e l’atmosfera pesante che si respira al suo interno. La scoperta delle stanze, con l’immagine dei corpi degli schiavi che attendono di intraprendere il viaggio senza ritorno evocata dai racconti pieni di dolore e sofferenza di Boubacar Joseph Ndiaye (deceduto nel 2009, io ci sono stata prima ma non dubito che al suo posto ci sarà oggi un degno sostituto) sono peggio di una pugnalata a cuore aperto.

Ricordo come fosse ieri alcuni dettagli, come il valore economico degli schiavi che era determinato dal sesso e dall’età dell’essere umano per cui quello dei bambini si misurava dai denti (al pari dei cavalli), quello degli uomini era calcolato in base al peso e alla muscolatura e quello delle donne era legato alla verginità. Gli schiavi venivano palpati come bestiame prima di discuterne il prezzo, per andare in bagno dovevano spostarsi con una palla del peso di 10 chilogrammi legata addosso e chi lasciava l’isola lo faceva con un numero di matricola e non con il suo nome di battesimo (giusto per fare qualche esempio).

Nella Maison des Esclaves, idealmente atta a ospitare tra le quindici e le venti persone, erano stipate e incatenate centocinquanta persone, l’una addosso all’altra, e i bambini erano separati dai genitori prima di venire imbarcati per i Caraibi e l’America del Sud con un “biglietto” di sola andata. Gli schiavi venduti non rividero mai la terra natale e una volta superata la porta del non ritorno, erano destinati a lasciare per sempre le loro vite libere e le loro famiglie.

Ecco perché la Maison des Esclaves è un luogo di memoria importante per la diaspora africana e non è un caso che si parli di black holocaust ma in pochi lo conoscono, così come in pochi sanno che le acque dell’Atlantico custodiscono le tombe di milioni di africani, si stima tra i due e i quattro, finiti a fondo senza sepoltura e questo, concedetemi la pesantezza, dovrebbe indurci a riflettere su come gira il mondo.

Accanto alla Maison des Esclaves si trova la statua della liberazione dalla schiavitù degli artisti del Guadalupe Jean e Christian Moisa che commemora l’abolizione di tale crimine contro l’umanità.

La Maison des Esclaves è aperta dal martedì alla domenica con orario 10.30 – 18.00, e chiusura per il pranzo tra le 12.30 e le 15.00. Il biglietto d’ingresso costa 500 CFA (meno di un euro, aggiornato a luglio 2020).

Passeggiare sull’isola di Gorée

Buona parte dei visitatori, me inclusa, trascorre a Gorée una giornata ma, volendo, c’è la possibilità di passarvi la notte e respirare una boccata d’ossigeno lontani dalla caotica Dakar. In ogni caso l’isola è minuscola, poco più di un chilometro di larghezza per trecento metri di larghezza, e si gira tranquillamente in qualche ora.

Dopo la micidiale tappa alla Maison des Esclaves, la cosa migliore da fare è passeggiare per le vie tranquille e prive di macchine di Gorée, cercando di immaginare la vita sull’isola negli anni del suo splendore, approfittando del silenzio per ascoltare il vento che batte sul viso e inebriandosi del profumo dei fiori dai colori caldi e generosi mentre ci si dirige al Plateau du Castel da cui si gode di una vista panoramica di tutto rispetto.

Sull’isola si trovano piccoli ristoranti sulla spiaggia in cui è possibile mangiare del buon pesce fresco accompagnato dall’immancabile riso bianco e da una bella Flag ghiacciata, la birra che va per la maggiore.

Visitare Gorée da Dakar

L’isola di Gorée si raggiunge in ferry da Dakar e il tragitto dura venti minuti. A questo link trovate gli orari dei traghetti di andata e ritorno.

Gorée si può visitare tranquillamente in autonomia, ma se preferisci partecipare a una visita guidata, Civitatis offre questo tour di 4 ore in italiano con pick-up in hotel.

La Globetrotter

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Diana Facile
Diana Facile
In primis viaggiatrice, tutto il resto a seguire... sempre che abbia un travel davanti!

6 Comments

  1. nicoletta bigiani ha detto:

    Ciao, mio marito è un Senegalese di Dakar per cui Gorée è una meta quasi scontata. Ricordo vividamente la prima volta che ci sono stata, l’approdo e l’immersione subitanea nella splendida architettura dei suoi palazzi, le vie tranquille e sonnolente dalle quali il mare si scorge sempre, le colorate botteghe di souvenir ma tutto questo svanisce una volta varcata la soglia della ” Casa Rosa” , per me è stato straziante e il profondo malessere misto a senso di colpa che mi ha assalita sulla “porta del non ritorno” è stato inaspettato ed angosciante nonostante la meravigliosa vista sull’oceano che si gode da lì. Rimane comunque un posto bellissimo da scoprire.
    Nicoletta

    • Diana Facile ha detto:

      Grazie Nicoletta, in poche righe sei riuscita a rievocare una volta di più il mio ricordo che è molto vicino al tuo! Il Senegal è un gran bel paese, impegnativo per molti versi ma io l’ho amato tanto e gli devo molto…

  2. nicoletta bigiani ha detto:

    Ancora io, dimenticavo di dire che chi oggi accompagna col racconto i visitatori della Maison des Esclaves è il figlio di Boubacar Joseph Ndiaye

  3. Alfonso Esposito ha detto:

    Narrato e scritto in modo divino, alla fine della lettura mi sono domandato peccato che molti di noi non apprezzino la fortuna di essere nati in un paese libero.

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