IL VIAGGIO CON LO SCIAMANO

IL VIAGGIO CON LO SCIAMANO nasce da un’esperienza vissuta personalmente nel cuore dell’Amazzonia peruviana.

La figura dello sciamano, o curandero, riveste ancora oggi un ruolo fondamentale tra le popolazioni autoctone che credono fermamente nel potere delle piante e della medicina tradizionale.

L’ayahuasca è una pianta, una liana per la precisione, il cui effetto principale è quello della purificazione corporale. Di solito la toma de ayahuasca viene preceduta e seguita da una dieta disintossicante: più il corpo è pulito, più è facile entrare in connessione con la pianta e riuscire a intraprendere il viaggio.

Il viaggio può provocare allucinazioni visive, amplificare le sensazioni corporali o non alterare in alcun modo il soggetto. Non si tratta di una droga e la reazione di chi prende l’ayahuasca dipende da fattori intrinseci ed estrinseci. La cosa fondamentale è che si tratta di un viaggio dentro se stessi sotto l’ala protettiva della Pacha Mama, la madre terra.

Generalmente la toma de ayahuasca avviene in presenza di uno sciamano che celebra la cerimonia e che interviene riequilibrando le energie in collisione.

Il racconto Il viaggio con lo sciamano è inserito nella raccolta Viaggiando.

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IL VIAGGIO CON LO SCIAMANO

È lo scroscio della pioggia a svegliarmi. Quello stesso scroscio che mi ha fatta scivolare nel sonno. Quante ore avrò dormito? Per quel che ne so potrebbero essere le sei di mattina come le sei di pomeriggio. So che era tardi quando la giornata si è conclusa. Molto tardi…

Mi guardo attorno con aria circospetta. I sei corpi che condividono la stanza con me sono ancora avvolti nella loro coperta che richiama il colore della terra. L’unico rumore percepibile è quello scroscio che non accenna a smettere. È giunto improvviso, inaspettato, nel momento stesso in cui Don Luis ha varcato la soglia della stanza e ha occupato il suo posto. Nell’angolo, vicino alla porta. L’odore del palo santo appena acceso si è diffuso nell’aria in meno di un minuto ed è lì che è iniziato il viaggio. C’era il mondo là dentro. Sette persone, tutte di nazionalità diversa. Ognuna con le sue ragioni e i suoi perché ma tutte accomunate dal medesimo ardire.

Don Luis ha iniziato a chiamarci uno alla volta con un semplice cenno del capo. Quando è giunto il mio turno avevo budini tremuli al posto delle gambe. Attesa, ansia, adrenalina, emozione… Un mix esplosivo. Barcollando ho raggiunto Don Luis e seguendo l’esempio degli altri mi sono accovacciata dinanzi a lui. Ha aperto la cerimonia sventagliandomi con un ramo in foglie e disegnando il mio volto con il fumo aromatico di un mapucho. Tabacco naturale, l’unico concesso durante la funzione. Poi mi ha allungato una coppa di legno sussurrandomi parole in una lingua dal suono aspro, gutturale.

L’odore dell’ayahuasca era forte, acerbo, penetrante, e mi ha travolta come uno tsunami. Ero a conoscenza del suo sapore pungente e agro ma ne avevo sottovalutato la portata. Dopo aver bollito sul fuoco per ore, la pianta aveva assunto un aspetto denso e tutt’altro che invitante. Con il fiato sospeso ho svuotato la ciotola del suo contenuto e dopo aver ringraziato con la testa ho ripreso il mio posto, riassumendo la posizione supina.

Non ho fatto in tempo a chiudere gli occhi che il primo dei miei compagni di avventura ha iniziato a vomitare. L’ayahuasca stava facendo egregiamente il suo lavoro, liberandolo di tutte le impurità. Uno dopo l’altro hanno abbracciato il secchio posato accanto al materasso e hanno lasciato il loro corpo in balia della pianta. Poi, improvvisamente, dentro la capanna è tornata la quiete. Fuori, al contrario, seguitava la tempesta. La pioggia torrenziale batteva forte sul legno della dimora sospesa nell’aria e scivolava giù, fino a terra. Ricordo per un istante di aver pensato al pantano che si stava creando intorno a noi, augurandomi di non aver bisogno del bagno. È stato l’ultimo pensiero lucido di cui dispongo. Poi la mia mente ha iniziato a vagare.

***

È un gioco di luci e ombre ad aprire le danze. Le prime fugaci e discrete, le seconde prolungate e imponenti, con la pioggia implacabile che scandisce il tempo. Avverto ogni singola goccia che cade, la avverto come un chiodo martellato al muro, un metronomo che fa da contrappunto al suono melodioso delle cicale. Non appena Don Luis riprende a cantare sento una presenza insinuarsi di soppiatto nel mio corpo, la sento farsi strada lungo le mie vene rovistando dentro di me. Con un scatto felino mi tiro su spinta dall’impulso irrefrenabile di vomitare ma nonostante lo stomaco contorto e aggrovigliato non riesco a tirare fuori nulla. Lo sciamano conclude il suo icaro e io, per incanto, mi sento subito meglio. È come se avesse esorcizzato quella presenza.

Richiudo gli occhi e nell’oscurità intravedo una strada lunga e dritta che conduce a una casa. È una casa in miniatura, una minuscola costruzione con il tetto di tegole rosse e il giardino in fiore tutto attorno. Sembra uscita dalla pubblicità del Mulino Bianco. La vedo remota, lontana. Troppo lontana da me, da ciò che sono. Improvvisamente si accende una luce e illumina una tavola imbandita. Quattro sedie, quattro coperti, una teglia fumante al centro. Mancano i commensali ma è inutile attenderli. Non arriverà nessuno. Una famiglia di quattro persone. Una famiglia che non c’è più.

Sono in balia degli insetti che esplorano il mio corpo con avidità. So che non è reale, che non c’è nessun insetto e che sono le mie paure, le mie fragilità, i miei fantasmi, ad attaccarmi. Don Luis intona un nuovo icaro e risveglia la creatura dentro di me. È prepotente, si fa strada con arroganza tra i miei capillari ribaltandomi nuovamente lo stomaco. Anche questa volta senza risultato. L’ icaro finisce e con lui se ne vanno gli spasmi. Torno a sdraiarmi e non faccio in tempo a chiudere gli occhi che vedo un brontosauro arrancare nella mia direzione. È vecchio, molto vecchio, e ha lo sguardo triste, ma buono. Va incontro alla morte, ne sono sicura. L’avrà trovato, lui o lei, l’ineluttabile senso della vita? Me lo chiedo asciugandomi la guancia umida.

Il brontosauro svanisce dietro un’enorme inferriata. Non capisco cosa sia. Una gabbia colossale? Una prigione? E io ne sono fuori o ci sono dentro? Il panico mi assale con vampate di calore e brividi di freddo che mi bombardano per un lasso di tempo incalcolabile, frazioni di secondo o anni luce non fa alcuna differenza. Cerco una fuga, una via d’uscita. La cerco con lo sguardo perché il mio corpo è una scultura marmorea. Piano piano la grata assume dimensioni umane, segna uno spazio circoscritto, e io sono una semplice spettatrice. Al centro di questo spazio una grande casa e un uomo davanti alla porta, un vecchio per la precisione, che si aiuta con un bastone. Non riesco a vedergli il volto ma avverto un senso di solitudine infinita. Nessuna tristezza per lui, solo pena. Uno dei sentimenti più aberranti che ci sia.

L’ayahuasca risponde all’invocazione di Don Luis e torna a farsi sentire. Perché l’ho capito finalmente, è lei che si muove dentro di me. Siamo io e lei. Lei che cerca di purificarmi e io che glielo impedisco. Ogni volta sempre più urgente, più aggressiva, più invadente. Questa volta vince lei, la sento uscire dal mio corpo con una violenza che mi disorienta lasciandomi così, quasi esanime, totalmente svuotata.

Cado a peso morto sul materasso. Non voglio chiudere gli occhi, non voglio più sentire il peso della tristezza e della solitudine. La fioca luce delle candele ai miei lati accende i fuochi d’artificio: i colori si intrecciano, si affrontano, si amalgamano l’un l’altro con maestria. Ogni gioco di luce genera immagini. Sono immagini di vita, della mia vita di oggi. Imponenti catene montuose, malinconici paesaggi lacustri, fiumi irrequieti e giocosi, oceani profondi e impenetrabili, cascate di singolare bellezza, albe dalle mille sfumature, tramonti dai ritmi rilassati. Infine lei, la selva, l’espressione per me forse più assoluta della nostra Pacha Mama, madre del cosmo e di tutte le sue creature. Pace, serenità e benessere si impossessano di me. Del mio corpo e della mia mente. Sono un leone, una rondine, un delfino. Sono un baobab, una liana, una semplice foglia. Sono l’acqua che genera vita, il sole che riscalda la terra, parte integrante di questo cosmo di cui sono figlia e madre al tempo stesso.

Sono in trance quando Don Luis mi riporta alla vita. La sua voce viene da un’altra dimensione, un’altra realtà. Non rispondo. Poi mi tocca dolcemente la gamba e apro gli occhi lentamente. Non ci sono ancora, sto ancora volando, leggiadra, verso nuovi meravigliosi eden e il suo ultimo icaro mi scivola addosso come acqua sulla pelle. Ho voglia di uscire sotto la pioggia battente, di spogliarmi e correre nuda in mezzo alla selva, di gridare, con tutta la forza che ho in corpo, IO AMO LA PACHA MAMA.

Non mi accorgo nemmeno di essere riscivolata tra le braccia di Morfeo. Ho appena aperto gli occhi, dopo un numero indefinito di ore di sonno. Un sonno costellato di flash del mio passato che si sono defilati l’uno dietro l’altro attraverso finestre spalancate. Un sonno che mi ha lasciato addosso un piacevole e inaspettato senso di non appartenenza. Un sonno che solo l’acqua del fiume è riuscita a dissipare totalmente.

Al cessar della pioggia, infatti, Don Luis ci ha mandati a chiamare. Uno alla volta. La cerimonia si è conclusa così, in un tête à tête con lo sciamano e un bagno di acque aromatiche. L’ho raggiunto giù al fiume affondando i piedi nella terra bagnata e libera di ogni pudore mi sono spogliata. È stato come nascere una seconda volta, figlia di una madre generosa e onnipotente. Avrei voluto dire qualcosa ma ogni parola sarebbe stata superflua. Così mi sono limitata a stringergli la mano e mi sono rivestita.

“Tienes buena energia, es un dono, cuidala” mi ha detto mentre mi allontanavo. Difficile resistere alla tentazione di fermarmi per investirlo con una serie infinita di domande e l’arrivo dell’ultimo ospite non è stato affatto inopportuno. Don Luis è stato solo il mezzo, lo strumento, del viaggio appena intrapreso. Le risposte le troverò strada facendo.

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Il viaggio con lo sciamano

La Globetrotter

Se sei interessato al Perù leggi anche I colori di Mancora.

 

 

 

14 comments

  1. Cristina

    Bello Diana, veramente molto bello.. appena finito di leggere… guarda caso cercavo informazioni in questi giorni sui curandero… guarda caso… bejios

    • Diana
      Author

      Dici? Io credo che bisogna semplicemente liberarsi delle proprie paure e il gioco è fatto! ma forse è questa la cosa difficile… un abbraccio e grazie

  2. Andrea

    Ecco Diana! Le tue emozioni, i tuoi sentimenti, le tue paure e le tue gioie. Ti metti a nudo senza pudore, e non parlo degli abiti. La forza di chi riesce a scoprirsi completamente sta proprio nel non dover nascondere niente: nell’essere.
    Essere vuol dire sentirsi liberi. Essere è gioia ma anche fatica per la ricerca di sé in ogni momento ed in ogni luogo perchè, noi, si cambia ad ogni esperienza ad ogni giorno che passa, gioia e dolore di chi non si vuol fermare ma scoprire la vita giorno per giorno. Non sarà mai tutta la vita, infinita com’è, ma sarà la nostra. E condividerla come sai fare tu è un gran dono.
    Complimenti

    • Diana
      Author

      Caro Andrea… da dove sei sbucato fuori? Mi hai lasciato due commenti e sei riuscito a emozionarmi due volte! E hai pure il coraggio di dire che non hai questo dono? Grazie davvero…

      • andrea

        Grazie Diana. Son contento d’averti regalato emozione ancora una volta.
        È bello scrivere. Se hai un pensiero e cerchi di metterlo in testo, hai tt il tempo per pensarlo, correggerlo, aggiustarlo. Poi magari ti viene bene e ne sei contento.
        Ma nella vita, quella in diretta, pochissimo tempo per pensare poi devi agire…. e nn sempre ci azzecchi…. ma val la pena provare! 🙂

  3. Grazie Diana per questo intenso, breve racconto. Sento ancora battere la pioggia e percepisco nitido l’odore della terra. Il canto sacro di Don Luis, la voce che non ho potuto ascoltare, sulla suggestione delle tue parole, risuona ipnotica e profonda. Un viaggio interiore tra i nodi e le emozioni di una globetrotter affascinante.

    • Diana
      Author

      Grazie a te Ivano, per aver dedicato un po’ del tuo tempo a leggermi. Sono contenta di averti trascinato, anche solo per un momento, nel mio mondo interiore…

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