Il tatuatore di Cartagena de Indias. Chapter 1

David, il tatuatore di Cartagena de Indias

Il nostro team si riunisce a Cartagena de Indias, una delle città più turistiche e attrattive di tutto il Caribe colombiano, con le sue spiagge di arena finissima, i suoi superbi fondali marini, l’infinita serie di vestigia dell’epoca coloniale e il fascino dei viottoli ciottolati del casco histórico.

“Un paese, la Colombia, culturalmente ricchissimo” – mi spiega Hermenegildo Santamaría, il gestore dell’ostello per cui optiamo la seconda notte di permanenza a Cartagena. – “Non è solo il paese dei cartelli e dei narcotrafficanti ma è anche, e soprattutto, il paese che si estende dall’Oceano Pacifico alla costa caraibica, dall’Istmo di Panama alla lussureggiante Amazzonia. Una nazione fiera e selvaggia, andina e indigena d’origine, latina e creola d’adozione. E c’è solo un rischio che si corre in Colombia, quello di volerci restare”.

Sta preparando un jugo de zapote en leche e io ho la bava alla bocca, ma lo ascolto con interesse e attenzione. “Questa città ha vissuto anni bui” – continua. – “La sola idea delle FARC era sufficiente a tenere lontani turisti e croceristi. Per fortuna oggi la situazione è ben diversa…” – conclude lasciandomi aperta a mille congetture.

Cartagena de Indias, una delle più antiche città fondate dai conquistadores in America del Sud nonché la prima città delle Americhe a proclamarsi indipendente dalla corona spagnola, grazie alla sua posizione strategica visse una lunga e fruttuosa era di prosperità. Tutto l’oro che gli spagnoli saccheggiavano alle popolazioni amerindie transitava da qui. Ancora oggi Cartagena si presenta come una delle città coloniali meglio conservate di tutto il continente e ogni pietra del casco histórico custodisce i segreti della sua storia.

Noi vi trascorriamo sei giorni nell’attesa che la Heinrich Sibum V. 163 liberi le nostre macchine. Sei giorni che scivolano come acqua sulla pelle gironzolando senza meta per il casco histórico in stile andaluso, contemplando le case color pastello da cui si affacciano balconi in legno ricoperti di fioriere e buganvilles, lasciandoci semplicemente guidare dai sensi per sperimentare sapori nuovi. Frullati di frutta esotica e spremute di lime in pole position, considerato il caldo umido e asfissiante della città che impone una reidratazione continua. La varietà fruttifica che offre il mercato colombiano è davvero impressionante. Qualcuno mi ha detto che si può bere un succo diverso per ottanta giorni consecutivi, senza mai doversi ripetere! Io strippo per jugo de guanábana e jugo de maracuja en leche. Semplicemente divini…

Perquisiamo con lo sguardo ogni vicolo e ogni anfratto possibile alla ricerca di cibo. Lo street food colombiano. E, inevitabilmente, ci perdiamo nell’odore dell’olio fritto. Perché in Colombia si frigge tutto, persino l’aria che si respira! Empanadas de carne, de pollo, de jamón y queso, bullos, papas rellenas, pollo frito, pescado frito, dedos de queso, arepas de huevo

Per farla breve, alla fine del terzo giorno optiamo per una classica e sana carbonara all’italiana. Cena tranquilla in ostello, accompagnata da una bottiglia di vino. Il posto lo consente. Non è propriamente un ostello ma qualcosa di più simile a una grande casa di amici che vivono sotto lo stesso tetto dividendo le spese. C’è un bel patio all’aperto su cui si affacciano le stanze e sul fondo, ombreggiato, un lungo tavolo di legno dove ripararsi dal sole durante il giorno e godere della brezza frizzante della sera.

Mentre i ragazzi preparano la cena, fumo una sigaretta in solitaria totalmente assorta nei miei pensieri. Con passo felpato mi raggiunge un ragazzo che ciondola nell’ostello dal giorno del nostro arrivo ma con cui non ho ancora scambiato una parola. Si siede accanto a me e attacca bottone. Iniziamo la solita conversazione di rito. “Di dove sei, da quanto sei qua, dove stai andando?” e non “chi sei, cosa fai, dove vuoi arrivare”. Questo è uno degli aspetti che più amo di un viaggio. Non ti interessa affatto sapere quello che uno era, è, o sarà; ti interessa semplicemente condividere il momento con una persona che ieri non c’era, oggi c’è e domani chissà!

David è di Medellin e da qualche mese vive a Cartagena. “Sono nonno sai?” – è una delle prime cose che mi dice. È giovane, avrà si e no quarant’anni e ha già una figlia di ventidue anni e una nipote di due. Come sono diversi i ritmi in Colombia. I ritmi e le relazioni umane. Quasi tutti i colombiani incontrati finora, dai vent’anni in su, hanno un figlio senza essere sposati. Ovviamente il figlio resta con la madre e la famiglia della madre, perché a vent’anni uno è sempre, e comunque, un ragazzino.

David comincia a raccontarmi di sé, dei suoi cari lontani che vede un paio di volte l’anno ma che sente quasi ogni giorno via web o per telefono. Ha dei bei lineamenti, i capelli brizzolati raccolti in un codino e un fisico asciutto, slanciato, abbastanza insolito per un colombiano della sua età. Lo scruto, cerco di entrare nella sua mente a mio modo di vedere contorta. È chiaro che ama la sua famiglia al di sopra di ogni cosa, glielo leggo nello sguardo acceso e triste al tempo stesso. Allora mi chiedo perché non resta a Medellin, con i suoi cari, anziché stare da solo a Cartagena. Non stiamo certo parlando del paesino sperduto in mezzo al nulla ma di una delle città più avanguardiste a livello mondiale. Cosa potrà mai fare qua che non può fare anche là, mi chiedo perplessa.

Poi, finalmente, sferro la domanda. Sono curiosa e devo sapere, capire, colmare i miei vuoti. Sono diretta, quasi brutale. E questa non vuole essere una versione romantica della storia. È realmente quel che mi ha detto.

Per me viaggiare è peggio di una droga! E so bene di cosa parlo credimi, ci sono passato in mezzo e ci ho sguazzato dentro per anni. Sai com’è, non è certo difficile qui in Colombia… Quando stavo a Medellin, con la mia famiglia, era uno strazio. Lavoravo come operaio in una fabbrica di pellame, passavo le sere a bere, fumare e tirare di coca… oltre, ovviamente, a litigare senza sosta con la madre di mia figlia. Poi, un giorno, ho conosciuto un uomo che mi ha parlato della jagua e mi illuminato. Ho chiuso con tutte le droghe del mondo e ho iniziato a viaggiare. Sono quasi vent’anni ormai che me ne vado in giro da solo, con la mochila carica di jagua e la voglia inesauribile di scoprire posti nuovi. Conosco il mio paese come le mie tasche, ora è tempo di imboccare nuove strade, di aprirmi a nuovi orizzonti. Sono mesi che mi trovo a Cartagena, è giunto il momento di riprendere il cammino”. Mi dice che andrà in Ecuador passando per Medellin, vuole vedere la nipote.

Gli chiedo di raccontarmi qualcosa di più sulla jagua. Non ho la più pallida idea di cosa sia e la sua storia mi incuriosisce. C’è sempre qualcosa da imparare quando si è pronti a recepire.

Così scopro che la jagua è un frutto commestibile dalla buccia rude e piuttosto spessa che contiene dei semi. Ne tira fuori una dallo zaino e me la fa toccare. Un frutto nativo delle Americhe utilizzato per preparare succhi naturali, marmellate e gelati. Ma non solo. Gli indios la jagua la usano da sempre per ornamentarsi. Gli chiedo se lui la usa per ornamentare la gente. “Certo” – risponde euforico. – “La jagua è assolutamente naturale e i tatuaggi a base di jagua durano tra i quindici e i venti giorni, non sono nocivi per la pelle e sono meno impegnativi di quelli permanenti. Inoltre, è un lavoro che a me consente di vivere dando libero sfogo alla mia creatività”.

Io sono un po’ sconcertata. Si può realmente vivere di questo? Non faccio in tempo a formulare la domanda perché lui anticipa la risposta. “Ci sono giorni che tatuo dieci, quindici, fino a venti persone nell’arco delle ventiquattro ore… e sono giorni di pacchia in cui vivo come un pascià! Tuttavia ci sono anche giorni di magra in cui, se va bene, tatuo una o due persone e riesco a malapena a pagarmi l’alloggio. Per fortuna non ho vizi: non fumo, non bevo, non mi drogo più, e un pasto caldo in Colombia si rimedia sempre. Ma non ho vincoli e questo mi rende felice. La mia casa sono il mio zaino e la mia tenda. E come potrai immaginare, viaggiano con me. Mi ci sono voluti vent’anni per conoscere il mio paese, ora sono finalmente pronto ad andare oltre.”

È davvero piacevole stare ad ascoltarlo, vedere il mondo con gli occhi di uno che in realtà il mondo non l’ha mai visto ma l’ha semplicemente sognato attraverso i racconti della gente che tatua. Mi parla dello scambio di energie che si instaura tra il tatuatore e il tatuato, di quanto fare quello che fa lo rende felice, rivelandomi infine che riesce a essere un padre e un nonno migliore lontano, ma libero, di quanto lo sarebbe imprigionato a Medellin.

Io viaggio per conoscere e per conoscere devo vivere i posti. Per questo quando trovo un luogo che emana una buona energia mi ci fermo, per non limitarmi a respirarla e inebriarmene ma per assorbirla e nutrirmene. Poi mi rimetto in marcia…”.

Si esprime bene il ragazzo per essere uno che a dir tanto avrà finito la scuola primaria ed è indubbiamente un colombiano atipico. Uno che al posto della cerveza bien fría e dell’aguardiente preferisce una tisana di hierba buena e che ha sostituito la frittura con un’alimentazione equilibrata e salubre. Ma il mondo è bello perché è vario e si incontra sempre qualcuno capace di stupirti, di uscire dallo stereotipo. Sono sicura che quello di David sarà un grande viaggio, indipendentemente dalla sua prossima destinazione.

La Globetrotter

A Medellin con i giocolieri – Chapter 2 

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2 comments

    • Diana
      Author

      Grazie Greta… incontrerai un sacco di gente! Anche se per me il meglio della Colombia non è Cartagena… ma mi dirai! Buena onda parcera, come dicono in Colombia!

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