Dopo Varanasi, la città dell’anima, e Kajuraho, la città dei templi erotici, ci dirigiamo ad Agra per visitare il Taj Mahal, mausoleo dell’amore che l’imperatore Shah Hahan fece costruire per la sua sposa, Arjumand Banu Begam, meglio nota come imperatrice Mumtaz-Mahal, l’eletta del palazzo.

Agra, che insieme alla città rosa di Jaipur e a Delhi costituisce il famoso Triangolo d’Oro, si trova nello stato dell’Uttar Pradesh e deve i suoi natali al sultano di Delhi, Sikander Lodi, che la fece erigere nel 1505 su un’antica città di origine hindù. Capitale dell’Impero Moghul dal XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, Agra si adagia ai margini del fiume Yamuna, affluente del Gange, nelle cui acque si riflette la maestosità e la suprema bellezza del Taj Mahal.

Arriviamo ad Agra di sera, dopo una giornata infinita trascorsa a bordo di un trabiccolo sovraffollato e puzzolente. Ma anche stavolta ce l’abbiamo fatta, nonostante il caldo torrido e la fame animalesca. “Perché non avete chiesto all’autista di fare una sosta?” – ti starai chiedendo. L’avremmo fatto volentieri se in quel groviglio umano avessimo trovato una sola persona che masticasse un po’ di inglese. Purtroppo per noi ogni forma di comunicazione, verbale e gestuale, si è rivelata un fallimento.

Scendiamo dall’autobus e una valanga di persone ci travolge inaspettata: tassisti, procacciatori di clienti e un numero illimitato di mendicanti e storpi. L’impatto non è dei migliori. Siamo esauste ma decidiamo di raggiungere la gesthouse a piedi per non lasciarci investire da quel marasma di gente. E poi sgranchirci le gambe ci farà bene. Una doccia ghiacciata, una cena veloce e subito a nanna.

L’idea, infatti, è quella di svegliarci all’alba per visitare il Taj Mahal. Pare che, insieme al tramonto, sia il momento migliore per godersi lo spettacolo. Ed eviteremo pure le orde di turisti e pellegrini. Crolliamo ancor prima di chiudere gli occhi. Nel cuore della notte mi sveglio di soprassalto. Simona è lì, davanti a me, che mi guarda terrorizzata. L’aria condizionata ha smesso di funzionare.

Ci sentiamo le vittime di un film fantozziano. C’è stato un taglio di corrente. In altre parole, non si dorme. Questo viaggio sta mettendo a dura prova i nostri nervi, ma prendersela non serve a nulla. Rassegnate, facciamo la spola tutta la notte dal letto alla doccia, senza egoismo, a ritmo alternato e regolare. Le zanzare hanno ormai perso ogni ritegno e banchettano indisturbate con le mie povere caviglie. Alle cinque del mattino torna finalmente la corrente e ci abbandoniamo al sonno, perdendo la visita al Taj Mahal.

Risorgiamo all’ora di pranzo. Ormai la giornata ha preso un’altra piega e decidiamo di vivercela così, senza pensarci troppo. Sono piuttosto fatalista. Nulla accade per caso. Ci sarà una ragione recondita se le cose non sono andate come da programma. E non può che essere un’ottima ragione.

Il primo pensiero è dedicato al cibo. Non ne possiamo più del sapore del masala curry, onnipresente nella cucina indiana. All’inizio è sfizioso. Dopo qualche piatto ti rendi conto che non ha senso cercare gusti diversi. Che si tratti di pollo, maiale, montone, verdure o riso, lui è lì, nascosto, pronto a farsi sentire non appena addenti con foga il primo boccone. A quel punto è tardi, non si può tornare indietro, e il suo sapore ti accompagnerà per tutto il giorno. E pensa che io sono una fautrice della cucina locale, con una particolare venerazione per quella indiana. Ma si sa, il troppo stoppia. Scegliamo quindi un ristorantino thailandese dove per meno di tre dollari in totale ci servono due piatti abbondanti di nuddles vegetariani e due bibite.

Con le papille gustative finalmente appagate, ci avviciniamo a due signori a bordo di un risciò. Ci accordiamo per fare un tour della città, senza immaginare che il pacchetto all inclusive comprende le visite obbligate ai gioiellieri di Agra. Ci avevano messe in guardia, ma io sono come San Tommaso… Non importa. Procacciare clienti ai gioiellieri è per loro fonte di guadagno, indipendentemente dal fatto che l’affare vada in porto o no. E a noi non costa nulla perdere un po’ di tempo fingendoci interessate. A parte il caldo umido che si fa sempre più pressante, il pomeriggio scorre piacevole.

Quando si avvicina il momento tanto atteso, chiediamo ai nostri amici del risciò di depositarci dinanzi all’ingresso del Taj Mahal. Alcune fonti ritengono che il nome del mausoleo sia un’abbreviazione di Mumtaz-Mahal, ma una guida locale ci ha confidato che il vero significato di Taj Mahal è “corona del palazzo”, in ossequio all’imperatore che volle offrire alla sua amata un palazzo e una corona anche dopo la sua morte.

Mumtaz-Mahal, infatti, era la favorita di Shan Jahan e morì nel 1631 dando alla luce il suo quattordicesimo figlio. La costruzione del mausoleo, ordinata subito dopo la morte dell’amata, durò ben diciassette anni, dal 1631 al 1648, e richiese l’intervento di circa ventimila operai e l’uso di materiali pregiati, in primis il marmo bianco, provenienti da tutta l’India e dai paesi limitrofi. All’appello non mancarono, da Bagdad e da Shiraz, i due massimi incisori esperti del tempo che decorarono sapientemente le pareti con i versetti del corano.

alt="alt="Porta d'accesso al Taj Mahal"
Davanti all’ingresso del Taj Mahal

Scendiamo nella piazza antistante l’ingresso del complesso in arenaria rossa che ospita il Taj Mahal e facendoci largo tra la ressa riusciamo a entrare. Lo spettacolo che ci troviamo di fronte è strabiliante. Il colossale monumento bianco, una meraviglia di forme e dimensioni, è incastonato di pietre preziose e si riflette in tutto il suo splendore nel corso d’acqua antistante. Ai suoi lati, quasi a voler vegliare su di lui, due moschee gemelle in arenaria rossa e marmo bianco. Percorriamo lentamente il lungo viale che ci conduce ai piedi di una delle Sette Meraviglie del Mondo Moderno. Da vicino ci appare ancora più solenne ed elegante, quasi altezzoso direi, con la sua perfetta simmetria che brilla di luce propria, le pietre incastonate nel marmo, i motivi ornamentali, le cupole arabeggianti e gli ingressi ad arco. Il fatto poi che l’imponente mausoleo sia in realtà un monumento dedicato all’amore lo rende ancor più suggestivo.

Nell’attesa che il sole inizi a calare, mi perdo nei miei vagheggiamenti mentali inseguendo la passione che unì l’imperatore Shah Hahah e Mumtaz-Mahal: sono convinta che solo un grande amore sia in grado di generare un simile incanto. Si dice, tra l’altro, che l’intenzione di Shah Hahan fosse quella di costruire un altro mausoleo, in marmo nero, dall’altra parte del fiume: un mausoleo a immagine e somiglianza di quello della sposa a cui unirsi dopo la morte attraverso un ponte d’oro.

Oggi, dall’altra parte del fiume, proprio di fronte al Taj Mahal, si trovano i resti di quel che fu l’inizio della costruzione dell’edificio gemello, mai portata a termine perché Aurangzeb, terzo di figlio di Shah Hahan, dopo aver sconfitto i fratelli e aver raggiunto il potere, incarcerò il suo stesso padre nella fortezza rossa di Agra. L’imperatore morì in prigione, dopo lunghi anni di malattia, contemplando la sua opera maestra, monumento alla sua amata e rifugio per il riposo eterno dei due sovrani.

Dopo una rapida visita all’interno, ripercorriamo a ritroso il viale e ci sediamo ad ammirare lo spettacolo. Il sole calante si rivela prodigo nei confronti del Taj Mahal. Il gioco di colori che si genera dal riverbero del dio Elio sulle sue pareti è tale da togliere il fiato. Il bianco iniziale cede il passo all’oro dei raggi del sole, scivola dolcemente nel rosa delicato dell’amore idilliaco per poi precipitare nel rosso fuoco dell’amore passionale e sfociare infine nel blu intenso della notte che avvolge tutto con il suo mantello.

E nonostante si tratti di uno dei monumenti più belli al mondo, iscritto dall’Unesco nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità (1983), quando te lo trovi davanti ti rendi conto di quanto sia nuovo, originale, unico, perfetto e resteresti ore a contemplarlo! Non a caso Edwin Arnold, poeta inglese del XIX secolo, ne decantò la bellezza in uno dei suoi canti definendolo

Not a piece of architecture, as other buildings are, but the proud passions of an emperor’s love wrought in living stones.

alt="Il Taj Mahal"
Il Taj Mahal

Ci lasciamo alle spalle il Taj Mahal con aria trasognata.

È la prima volta, da quando sono in India, che riesco a godere del semplice piacere estetico senza scontrarmi con quella parte di me che ancora non capisce, che forse ha smesso di chiedersi e che ormai si limita semplicemente ad accettare. E se l’unica cosa da fare in India fosse quella di visitare il Taj Mahal, sarebbe un viaggio che varrebbe la pena fare, non credete?

Qualche informazione pratica sull’accesso al Taj Mahal

Ultimo aggiornamento agosto 2018

Al momento della stesura di questo post, il biglietto di ingresso al Taj Mahal costa, per i turisti stranieri, 1.000 rupie.

L’accesso all’interno del Taj Mahal è consentito dall’alba al tramonto, eccetto il venerdì che è aperto solo di pomeriggio per la preghiera, ed è regolato da misure di sicurezza molto rigide. Le borse vengono ispezionate minuziosamente per evitare che qualche malintenzionato danneggi una delle costruzioni più belle ideate dalla mente umana.

Inutile a dirsi ma cibo, bevande, sigarette e accendini devono essere depositati nelle apposite cassette di sicurezza.

All’interno del Taj Mahal si entra scalzi o, in alternativa, con delle babbucce che vengono fornite in loco da indossare sopra le scarpe.

È vietato l’uso di apparecchiature fotografiche all’interno del mausoleo principale.

Per ulteriori informazioni consulta il sito ufficiale

La Globetrotter

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4 pensieri su “Il Taj Mahal, passione di sultani

  1. petra dice:

    L’India non è tra le mete di viaggi che vorrei fare in un futuro vicino, ma il racconto mi ha affascinato lo stesso. Diana, hai un modo di riportare le tue esperienze e sensazioni che ogni volta mi coglie di sorpresa e mi coinvolge emotivamente. Una lettura davvero piacevole!

    • Diana dice:

      Si me lo imagino, yo llegué a Agra desde Kolkata y cuando llegué alla fue como haber aterrizado a otro planeta! Suerte entonces…

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