Globetrotter campesina in una finca della sierra ecuadoriana

Perché ho deciso di sacrificare una settimana del mio viaggio per vivere l’esperienza da campesina in una finca della sierra ecudoriana? Perché sono mezza matta? Sicuramente qualcuno la vedrà così e vi dirò, quando sono arrivata qui l’ho pensato pure io ma ora, giunta ormai al termine di questa settimana, davanti a un caminetto acceso e sorseggiando un ottimo whisky nell’attesa che giunga l’ora di andare a dormire, mi sento tutt’altro che pazza.

Davanti a un caminetto acceso

Vivo in una città come Milano che offre tutto e il contrario di tutto ma ho sempre sentito l’esigenza di provare qualcosa di diverso. Qualcosa che la città non mi può dare. E il sogno di una casa di campagna con un orticello, quattro galline, due caprette e uno spazio in cui accogliere viandanti e pellegrini mi infinfera da anni.

Magari, perché no, un co-housing in cui ognuno ci mette del suo. C’è stato un tempo in cui questo sogno, condiviso con la mia amica Samy, aveva un nome, Castel Errante, ma nessuna delle due ha osato fare il passo ed è rimasto un sogno.

E così, alla fine, continuo a vivere in città e forse ci morirò anche, chi lo sa. Ma l’esperienza della finca dovevo provarla e dovevo provarla qui, in America Latina, dove tutto è così semplice e immediato, dove i contatti umani sono così diretti e dove la Pacha Mama non si stanca mai di sorprendermi.

Globetrotter campesina in una finca della sierra ecuadoriana

È stato duro l’impatto, è stato molto duro. Non ho fatto in tempo ad arrivare che mi sono ritrovata con un paio di stivali di gomma in mano per affrontare la prima mungitura. “Ma si lavora anche di domenica?” ho chiesto a Oswaldo con la flebile speranza che mi rispondesse di no, che stava scherzando. E invece, me tapina, non scherzava affatto. Non ci sono giorni di riposo in una finca, le mucche vanno munte tutti i giorni. Due volte al giorno per la precisione. La prima alle quattro del mattino, la seconda alle quattro del pomeriggio.

Il freddo, la pioggia, un ponticello traballante largo si e no trenta centimetri che sovrasta il fiume in secca, la casa senza riscaldamento con una temperatura esterna, la notte, che oscilla tra i cinque e gli otto gradi, acqua aromatica al posto della cena e un paesino di non so quante anime di cui forse google non è nemmeno a conoscenza sono quel che ho trovato quando sono giunta qui, a Culaguango Bajo.

La casa nella prateria di Culaguango Bajo

Ho trascorso i primi due giorni chiedendomi che diamine mi era passato per la testa. Non so quante volte in quei primi due giorni mi sono detta “No! Basta! Non fa per me!” Ma ogni volta che mi avvicinavo a Bianca e Oswaldo per dirgli che me ne sarei andata l’indomani, non so perché, sentivo di trovarmi al posto giusto al momento giusto.

Il calore di una famiglia che anche solo per pochi giorni mi ha aperto le porte di casa come se fossi una di loroè bastato a farmi superare i primi due giorni fatti di “No” e se non me ne sono andata subito è perché in fondo sapevo che superato l’impatto iniziale sarebbe stata un’esperienza incredibile.

La Globetrotter con la piccola Zoe Isabela

Le mucche sono animali bellissimi” – mi ha detto Oswaldo mentre mi istruiva su come prepararle per la mungitura. Suona strano ma è così. Nonostante la mole pazzesca – ognuna di loro pesa mediamente quasi quattrocento chilogrammi – sono di una dolcezza infinita. Non avevo mai pensato alla mucca come a un essere in grado di generare tenerezza ma, come si suol dire, solo gli stolti non si scostano dalla loro posizione.

Svegliarsi alle quattro di mattina non è affatto facile! Non avete idea delle bestemmie che tiro giù ogni volta che giunge la fatidica ora. E, per inciso, odio le bestemmie! Insomma, uscire al freddo, magari sotto la pioggia torrenziale, senza nemmeno aver ingurgitato un bel caffè caldo, non è certo una passeggiata di salute! Ma non appena le vedo arrivare e inizio a lavorare tutto passa. Per quei quarantacinque minuti abbondanti ci sono solo loro, animali docili e mansueti dall’espressione profondamente umana.

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Globetrotter campesina in una finca della sierra ecuadoriana

È un odore forte quello delle mucche, specialmente alle quattro di mattina, ma è un odore di cui ormai sono impregnata anche io e lo sento familiare, così come sento familiare l’odore del mangime misto a sale che preparo per loro prima della mungitura. Il profumo del latte fresco appena munto, poi, è a dir poco sublime. Anche lui è forte, ben più forte di quello a cui siamo abituati, con un sapore diverso, genuino, penetrante. Una gran bella ricompensa, ve l’assicuro.

Giunge l’ora della mungitura

E alla fine, nonostante il timore di beccarmi una bella pisciata in faccia mentre gli lego le gambe o gli lavo le mammelle (non potete nemmeno immaginare la portata dei ruscelli che liberano i loro reni!), nonostante le frustate con la coda sporca di cacca che mi becco in faccia una volta si e l’altra pure (mi è toccata pure la maschera facciale di escrementi di vacca durante la visita ginecologica annuale!), nonostante gli stivali di due numeri in meno con un bel taglio sul fianco che puntualmente si riempiono di melma, nonostante le condizioni igienico-sanitarie non proprio conformi agli standard occidentali… ecco, nonostante tutto, quando finisco con loro, sento di aver dato un senso alla giornata! Se me l’avessero detto una settimana fa avrei vomitato al solo pensiero mentre ora la vivo come una cosa faticosa e meravigliosa al tempo stesso.

Ma la vita in una finca della sierra ecuadoriana non finisce qui anzi, questo è solo l’inizio. Il secondo risveglio è quello delle sette ed è più traumatico del primo. Perché sembra assurdo ma rituffarsi sotto le coperte calde alle cinque del mattino è una figata stratosferica e riprendi il sonno laddove l’avevi lasciato, fino a quando il suono stridente di una campana nelle orecchie ti riporta alla realtà. È Zoe Isabella, la piccola della finca, che in compagnia del terribile Tequila ti annuncia che il caffè è pronto. “La colazione la prendiamo tutti insieme”, mi ha detto Oswaldo la sera del mio arrivo. “Perché qui siamo tutti una grande famiglia”.

Tequila, Géraldine e Géraldin figlio

Pranzo in famiglia

E così ha inizio la giornata. La tipica giornata in una finca della sierra ecuadoriana che suona al nome di Hacienda La Esperanza, con papà Oswaldo che si preoccupa di sapere come ho passato la notte, mama Blanca sempre sorridente che sprizza energia da tutti i pori, la piccola Zoe dalle guanciotte rosse, allegra e capricciosa come una principessina, Tequila che ti morde i piedi mentre cerca di rubarti le ciabatte e la serafica Géraldine nell’attesa fiduciosa che qualcuno abbassi la guardia per immergere il suo musetto nella ciotola di latte fresco… ahimè, a volte ci riesce anche! Ma anche lei fa parte della famiglia, insieme a Géraldin figlio! Dulcis in fundo Samuel, il ragazzo belga con cui ho condiviso i momenti di sconforto convertendoli in una grassa risata, e Camila, la figlia maggiore, giunta dalla capitale solo per il weekend, che ha dato comunque il suo piacevole contributo alla bella combriccola.

Insomma, dopo questo brusco ma dolce risveglio si comincia a lavorare sul serio. Eh già, perché la mungitura delle mucche è la parte divertente del lavoro in una finca. A meno che qualcuno di voi non trovi più divertente rischiare di affettarsi le dita con un machete mentre taglia le erbacce, o di tranciarsi i piedi con il rastrello mentre concima il terreno con gli escrementi delle mucche, o di farsi venire un’insolazione – perché quando non piove, a quasi 3.000 metri d’altezza, il sole picchia – mentre dissoda il terreno per prepararlo all’aratura, e via dicendo… insomma, ormai sulle mie braccia ci sono più tagli e lividi che peli!

C’è sempre da fare in una finca

C’è sempre da fare in una finca, non ci si annoia mai. Mi è bastato un giorno per capire come mai si va a letto con le galline. Esausti, sfiniti ma soddisfatti! Perché, come mi ha detto Bianca una mattina mentre stavamo piantando le rose, la vita del campo non è una condizione ma una scelta. Una scelta faticosa, sicuramente, ma il suo eterno sorriso e la sua forza d’animo credo siano la risposta più eloquente. Una vita che a molti di noi probabilmente appare come una non vita. La finca, gli animali, il lavoro nei campi non si possono lasciare a se stessi. Mai, nemmeno per un giorno.

Una vita semplice, senza troppi fronzoli, in cui non si fa alcuna fatica a distinguere il necessario dal superfluo.

È sufficiente passeggiare per i campi, inebriarsi delle mille tonalità di verde che sembrano rincorrersi l’un l’altra, assorbirne gli odori, i profumi, gli aromi, riscoprire sapori ormai persi, deliziare l’udito con il coro degli animali – dal muggito delle mucche al canto del gallo, dal grugnito dei maiali al nitrito dei cavalli, dal chiocciare di galline e pulcini al cinguettio degli uccelli – per capire cos’è necessario e cos’è, invece, superfluo.

Una settimana da campesina in una finca ecudoriana mi ha regalato tutto questo. Ma soprattutto, mi ha regalato l’incontro con persone genuine e sane capaci di aprirsi al prossimo con un sorriso, spinte unicamente dal desiderio di condividere tutto questo ben di dio con il mondo esterno. “Perché un giorno” – mi ha raccontato Oswaldo – “abbiamo pensato che se noi non potevamo uscire a incontrare il mondo, potevamo portare il mondo qua, a casa nostra!” E così hanno fatto. Sono anni ormai che l’Hacienda La Esperanza accoglie viandanti e pellegrini e offre vitto, alloggio e un caldo abbraccio in cambio di una mano nella finca.

Culaguango Bajo e la Hacienda La Esperanza

Il mio viaggio è appena all’inizio ma sento di essere partita con il piede giusto, non vi pare?

La Globetrotter

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14 comments

  1. Lauro

    Cara Diana, ormai ti conosco da molti anni ma ancora riesci a sorprendermi con la tua vita e i tuoi bellissimi emozionanti racconti.
    Bacioni.
    Lauro

  2. katy

    Diana sei incredibile!
    Splendidi i tuoi racconti di “vita vissuta”, poi è bellissimo percepire il tuo entusiasmo anche se hai dovuto affrontare dure condizioni di vita per un’esperienza che la maggior parte di noi non si sognerebbe mai di fare…
    Grande e sempre positiva !!!! Vajas! 😉

    • Diana
      Author

      Grazie mille Katy, sei sempre adorabile con me! Non è stato facile ma è stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente… un abbraccione!

  3. Virginia

    Un ricordo indimenticabile, l’occasione l’hai avuta lì e dovevi viverla….il contatto con la natura e un’esperienza che ti entra dentro anche a dispetto di tutte le grandi difficoltà che hai dovuto affrontare

    • Diana
      Author

      Senza ombra di dubbio! Almeno ho capito che è qualcosa che mi piace e chissà che un giorno non trovi un folle che voglia intraprendere con me questa nuova avventura (senza mucche perché non so se ce la farei a svegliarmi alle 4 x il resto dei miei giorni)… un.abbraccione!

  4. Direi proprio che sei partita con il piede giusto!!! Secondo me hai fatto una bellissima esperienza di vita vissuta, altroché!!! buon proseguimento di viaggio!!! un abbraccio

    • Diana
      Author

      Grazie Nicky! Il viaggio è partito alla grande e continuerà così! Poi vi verrò a trovare che voglio sapere tutto della Birmania…

  5. Giovanna

    Chi l’avrebbe mai detto…addirittura la cronaca di un incontro ‘ravvicinato’ con una mucca. Ma anche in questo caso sei bravissima nel coinvolgere chi ti legge al punto che…si sente quasi l’odore!! Buon tutto!

    • Diana
      Author

      Ahahah sono uno scrigno di sorprese visto? Chissà cosa mi riserverà il futuro… beh, non è che sia proprio piacevolissimo l’odore della mucca, ho appena messo a lavare un paio di pantaloni e ora che non ce l’ho più addosso mi rendo conto di quanto sia forte… un beso!

  6. Alfonso

    Purtroppo i miei commenti arrivano con ritardo,colpa mia se non sono riuscito a trovare la persona giusta da seguire,certo una che riesce a catalizzare la mia attenzione con una storia che mi ricorda la migliore haidi lei bionda tu con quelle freccine rosse lei un po cupa tu quel sorriso gioioso, mio dio o sono rincoglionito io o tu sei capace di avvolgermi col tuo narrare semplice.Come chiudere mi viene solo chapeau

    • Diana
      Author

      Ma che dici Alfonso? Non è mai tardi anzi, grazie perché mi stai facendo rivivere dolci momenti del tempo che fu!

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