Tra le mura e i ricordi del Beit Beirut, la Yellow House di Beirut

Del Beit Beirut, noto anche come la Yellow House, vi avevo già accennato qualcosa qualche giorno fa nella guida-racconto di Beirut. Uno dei due tuffi al cuore che mi ha regalato la capitale libanese anche se, deliberatamente, nel post gli ho riservato giusto qualche riga.

Il Beit Beirut – mi ripeto per chi non ha letto il post – è un museo-centro culturale che racconta la storia della città e gli anni della guerra civile. Un edificio in stile neo-ottomano situato lungo la Green Line che divideva la città con i falangisti cristiani da una parte e i mussulmani dall’altra.

Non mi ci sono soffermata a lungo perché volevo lasciare uno spazio a Riky, il mio compagno di viaggi nonché autore degli splendidi post sul Camerun che ospito sul blog. Anche lui, come me, è rimasto colpito dal Beit Beirut e ha dato voce alle sue emozioni con un racconto che mi ha fatto venire la pelle d’oca.

Qualcuno si è stupito nel sentirmi raccontare del viaggio in Libano al plurale considerato che spesso e volentieri mi muovo da sola. Riky l’ho conosciuto circa due anni e mezzo fa in un gruppo facebook per viaggiatori in solitaria dove avevo postato un articolo sul Festival Internazionale del Vodù, in Benin. Ci siamo trovati e non ci siamo più lasciati fino a quando è nata l’idea di fare un viaggio insieme e così, per una serie di circostanza fortunate, siamo partiti insieme alla scoperta di questa gemma preziosa chiamata Libano.

Un paese che ha sofferto molto e che ancora mostra le cicatrici delle ferite inferte. Un paese che lentamente si sta risollevando e che vale assolutamente la pena di conoscere.

Ora mi fermo e lascio la parola a Riky. Per me è un personaggio d’eccezione, come pochi, e lo considero un grande onore averlo qui. Buona lettura, o buon ascolto se preferite.

Questo racconto è liberamente ispirato al Photo Mario Archive Project

Il “Beit Beirut “— La Casa Gialla

Una piccola cicatrice, quasi invisibile, sta lì nascosta sotto le pieghe della pelle, dove il seno ormai avvizzito si appoggia sul petto. Una donna, deve avere circa settant’anni, unghie laccate, zigomi alti che lottano contro la gravità, scarpe lucide e costose, capelli gonfi e un profumo di sandalo che si spande a metri di distanza. Tiene in mano una foto, una vecchia foto in bianco e nero, una giovane ragazza piena di se sì, lo riconosce quello sguardo, quegli occhi pieni di vita, non c’è altro che le faccia ricordare la sua giovane età. Si vede così cambiata, i suoi tratti alterati, il suo aspetto artificialmente creato.

È tutto maledettamente lontano, quella città che era un crogiolo di culture, dove la voce del muezzin di Hamra si mescolava con le campane della chiesa del suo quartiere, Achrafieh, il quartiere cristiano. Dove l’architettura levantina dominava le vie del centro e quelle case erano tutto, potevano parlare e raccontare di vita, di nascita, di amori nati e cresciuti sulle sponde del Mar Mediterraneo.

E ora è lì, in piedi davanti a quella casa, la Casa Gialla la chiamavano negli anni ’70, prima che la Guerra si portasse via tutto. Era lì lo studio fotografico che preferiva, al piano terra di quella meravigliosa casa in stile ottomano di proprietà del dottor Barakat, un facoltoso dentista di Beirut. Quando entrava in quella bottega, sapeva di entrare in un mondo magico, quell’uomo — Mario, il proprietario — sapeva catturare l’anima delle persone che fotografava. Era proprio così.

alt="Il Beit Beirut negli anni Settanta prima della Guerra Civile"

Il Beit Beirut negli anni Settanta prima della Guerra Civile

Fissa di nuovo la sua fotografia, l’hanno trovata sotto le macerie della Casa Gialla ormai ridotta a brandelli. Fissa quella foto e in un attimo torna al 1975, quell’anno maledetto in cui tutti i suoi sogni di giovane ragazza si infransero.

La Casa Gialla distava solo poche centinaia di metri da casa sua, ci passava davanti decine di volte, sognava di vivere in una di quelle lussuose camere con le finestre gigantesche che guardavano in tutte le direzioni, con gli arabeschi alle pareti e i balconi in ferro battuto. Era solo un sogno, a lei bastava entrare nella sua bottega preferita e farsi ritrarre, scambiare due chiacchiere con Mario e chiedergli ancora una volta “Fammi una fotografia, ancora una”.

E poi fu un attimo. Una mattina. Da giorni in città non si parlava d’altro, le truppe si stavano preparando. Falangisti cristiani da una parte, Musulmani dall’altra. Una scintilla, l’inizio della fine. Quella mattina iniziarono i bombardamenti e niente fu più come prima.

alt="Il Beit Beirut mostra le sue cicatrici"

Il Beit Beirut mostra le sue cicatrici

La Casa Gialla si ergeva proprio sulla linea del fronte, quella che anni dopo divenne tristemente famosa come Green Line perché separava la zona dei Cristiani da quella dei Musulmani ed era così pericoloso camminarci che gli alberi si erano ripresi un’intera parte della città ed era per quello che era diventata “green”. Dove i cecchini sparavano a vista. Dove la morte prese il posto della vita.

Quella mattina i Falangisti entrarono nella bottega di Mario e diedero ordine di sgomberare, non gli diedero nemmeno il tempo di portare via i preziosi negativi delle sue fotografie, rimase tutto lì. Poi salirono ai piani superiori e cacciarono tutte le famiglie, il dentista facoltoso e tutti gli altri che ci abitavano. Quello divenne il loro quartier generale, la Casa Gialla venne abominevolmente occupata, stuprata e distrutta, demolite le scale per impedire a chiunque di accedervi dalla strada. Le stanze vennero protette e creati buchi nelle pareti per permettere ai cecchini di sparare a vista su qualsiasi cosa si muovesse lì sotto, nella Green Line. Non vi rimase anima viva, se non i cecchini: un alito di morte percorreva l’intera città.

E lei. Lei quel giorno scappò e si rifugiò da alcuni parenti che vivevano fuori Beirut. La città era assediata, una pioggia di bombe, il centro storico completamente sventrato e la sua vita distrutta. Aveva perso tutto.

Un giorno una scheggia di proiettile la colpì mentre era di ritorno a Beirut per recuperare alcune delle sue cose.

Quella cicatrice. Quella dannata cicatrice. Non se n’era mai andata.

Aveva fatto di tutto per cancellarla ma lei stava sempre lì, in quell’angolo dove il seno appoggia sulla pelle. La odiava. La odiava con tutta se stessa.

Negli anni che seguirono il tanto agognato cessate il fuoco, lei decise che avrebbe cancellato quel ricordo. Che avrebbe ripreso in mano la sua vita, che sarebbe partita per Parigi e avrebbe dimenticato.

Che i soldi di quell’uomo facoltoso che aveva sposato nella capitale francese le avrebbero fatto dimenticare quel passato di morte, che le aveva portato via il suo più giovane fratello.

Ma oggi lei è qui, nella sua città, di fronte alla Casa Gialla, la vede così com’è rimasta dopo la Guerra, i balconi diroccati, le scale inghiottite dall’oblìo, i buchi dei cecchini ancora intatti, i muri coperti di scritte e simboli, la facciata trivellata di colpi.

alt="Tra le stanze del Beit Beirut"

Tra le stanze del Beit Beirut

alt="All'interno del Beit Beirut"

All’interno del Beit Beirut

E tutto intorno la nuova città, quei palazzi altissimi e pieni di specchi e vetrate che sembrano non ricordarsi nemmeno della Casa Gialla, di quel passato doloroso. È rimasta solo lei, quella piccola cicatrice sotto le pieghe della pelle, dove il seno si appoggia sul petto.

A Beirut — a questa terra meravigliosa che si chiama Libano

alt="La chiave per il paradiso vista dal cortile del Beit Beirut"

La chiave per il paradiso vista dal cortile del Beit Beirut

Riccardo Campanella

Questo racconto è liberamente ispirato al Photo Mario Archive Project

The Photo Mario Archive Project

Se oltre ai racconti sul Camerun volete leggere qualcos’altro di Riky, vi consiglio vivamente La Palestina non esiste, un racconto che vi terrà con il fiato sospeso dall’inizio alla fine

Se non vuoi perderti nemmeno un articolo di La Globetrotter iscriviti alla newsletter mensile!

 

3 comments

    • Riccardo

      Grazie mille, Anna! È nato così mentre passeggiavo insieme a Diana, dopo la visita alla Casa Gialla.
      A un certo punto ho detto a Diana “Ferma, che mi è venuta un’idea..!”
      Ed ecco qui! Grazie di aver letto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *