Beirut: cosa vedere e cosa fare nella capitale del Libano

Il mio viaggio in Libano ha inizio a Beirut definita da molti, per qualche ragione a me incomprensibile, la Parigi del Medio Oriente. Personalmente non ritengo Beirut essenziale alla conoscenza del paese ma è comunque una meta piacevole in cui trascorrere un paio di giorni per scoprire i suoi punti di forza. Beirut, cosa vedere e cosa fare nella capitale del Libano è una guida-racconto del tempo che ho trascorso in città. Insomma, un piccolo ausilio a chi sta pensando di organizzare un viaggio nel paese dei cedri e non sa da che parte cominciare.

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Io e Riky atterriamo all’aeroporto di Beirut alle tre del mattino. Ad attenderci all’uscita – le formalità burocratiche sono rapide e indolori – un taxi prenotato da Michel, proprietario del The Grand Meshmosh Hotel, che per 37.000 Lire libanesi (1 Euro = 1.700 Lire libanesi – novembre 2018) ci deposita davanti al nostro alloggio.

Un giorno a Beirut: il nostro tour

La scoperta di Beirut parte subito dopo colazione in un sabato caldo e soleggiato di fine ottobre. Ci aspettiamo una città incasinata da morire e ci sorprende la sua apparente quiete e tranquillità. Saranno tutti a smaltire i postumi del venerdì sera? Beirut è nota per essere una gran festaiola.

La cosa migliore da fare per visitare Beirut a mio parere è girarla a piedi. È una città tutto sommato piccina e il clima temperato invita a stare all’aria aperta.

Chi non ama camminare sappia che i trasporti sono efficienti ed economici. I bus, mini van che collegano i vari quartieri, costano 1.000 Lire libanesi a tratta e a persona mentre i service, o taxi collettivi, sono più rapidi e flessibili e costano 2.000 Lire libanesi a tratta e a persona. Si riconoscono perché hanno la targa rossa e suonano due volte alle spalle per segnalare la loro presenza.

Lasciamo Gemmayzeh e macinando chilometri su chilometri avanziamo in questa città dai mille volti e le mille anime. Camminando per i vicoli stretti della zona cristiana di Beirut, ci dirigiamo verso il centro e cerchiamo di immaginarla com’era un tempo, prima che la guerra la deturpasse fisicamente ed emotivamente.

Downtown si sviluppa attorno a Piazza dei Martiri e Piazza Nijmeh e ospita alcune delle attrattive principali di Beirut. Completamente distrutto in seguito alla guerra civile del 1975/1990 e ricostruito da Solidere, la Societé libanaise de reconstruction creata dal primo ministro Rafiqu Hariri assassinato nel 2005, l’attuale centro di Beirut è chiuso al traffico ed è una zona tranquilla nonostante l’inquietante presenza delle forze dell’ordine che la presiedono giorno e notte per garantire la sicurezza. Il risultato è che sembra di attraversare una città fantasma.

Raggiungiamo la Mohammed Al-Amin Mosquee che per il colore della cupola ricorda – vagamente – la Moschea Blu di Instanbul. Poco distante, a un centinaio di metri, la Saint Georges Maronite Cathedral – con la facciata trivellata di pallottole e un dipinto del Delacroix sopra l’altare – e alle sue spalle la zona archeologica – con i resti del colonnato di una basilica romana – che funge da trait d’union tra passato e presente.

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Beirut, cosa vedere? La Mohammed Al-Amin Mosquee

Passando per la Torre con l’Orologio Rolex, icona della città, ci dirigiamo verso il Souk che non ha nulla a che vedere con il tipico mercato tradizionale orientale vivo nel nostro immaginario. Il Souk di Beirut – a differenza di quello di Tripoli, Saida o Tiro – è improntato alla modernità e all’interno di edifici color sabbia restaurati secondo lo stile architettonico arabo-veneziano della Beirut che fu’ ospita boutique di lusso e ristoranti inaccessibili ai più. In altre parole, ci sentiamo ovunque tranne che in Medio Oriente.

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Cosa vedere a Beirut? La Torre con l’Orologio Rolex, icona della città

Questo quanto meno fino a quando, casualmente, ci imbattiamo nel mercatino di prodotti tipici artigianali – lo fanno tutti i sabati, tenetelo a mente – gremito di gente e bancarelle di street food. La cucina libanese è una delle migliori al mondo e io e Riky, viaggiatori buongustai, ci fiondiamo sul nostro primo Manoush conversando con la moglie di un ambasciatore che dopo aver girato il mondo in lungo e in largo, ci decanta la bellezza e la ricchezza del suo paese. Mi emoziono sempre dinanzi a tanta passione verso la propria terra e le proprie radici.

Cosa fare a Beirut? Andare nel souk di sabato mattina e regalarsi il piacere dello street food

Dopo aver nutrito il corpo, decidiamo di rigenerare lo spirito con una boccata d’aria marina e ci avviamo verso la Corniche passando in rassegna gli splendidi edifici di epoca ottomana che incontriamo lungo il cammino. Molti sono stati restaurati, altri sono rimasti come li ha lasciati la guerra, sventrati e abbandonati a se stessi.

La vita che scorre lungo la Corniche

Percorriamo la Corniche, il lungomare cittadino, inspirando la brezza del Mar Mediterraneo. Misura quasi cinque chilometri che i beirutini coprono facendo jogging, pattinando, pescando o semplicemente, come noi, passeggiando. All’altezza della baia centrale si affaccia il numero più alto di edifici ricostruiti da Solidere che sembra gridare al mondo intero l’idea di modernità della nuova Beirut. Ma c’è anche la voce controcorrente che non vuole rinunciare al suo patrimonio e grida a pieni polmoni Stop Solidere come il Saint George Hotel che negli anni Sessanta era il simbolo della “dolce vita” beirutina e che in seguito alla disputa con la società verte oggi in stato di abbandono. Vi dirò, pur essendo solo di passaggio mi unisco volentieri a questa voce.

Stop Solidere, la voce fuori dal coro

Consumiamo le suole delle scarpe fino a raggiungere le Pigeon Rocks, due faraglioni situati poco distanti dalla riva e scenograficamente niente male.

The Pigeons Rocks

Terminiamo il nostro giro nel quartiere di Hamra in cui si concentrano in maggioranza i mussulmani. La sensazione è un po’ quella di aver cambiato città, catapultati in una qualunque metropoli chiassosa e informale del continente asiatico. Hamra è sede dell’American University of Beirut fondata dai protestanti nel 1866 come università privata e laica e ritenuta oggi una delle più prestigiose di tutto il Medio Oriente.

Rientriamo alla base con i piedi doloranti ma senza alcuna voglia di fermarci e continuiamo a ciondolarci per Mar Mikhael, quartiere trendy zeppo di caffè, pub e street art, e Borj Hammoud, la zona armena che pullula di gioiellerie, fino a raggiungere Gemmayzeh, dove alloggiamo. Molto vivace e pittoresco, pervaso dalle vibrazioni bohemiennes che scorrono tra gli edifici coloniali e le gallerie d’arte.

Davanti a una bella birra ghiacciata, una 961 per la precisione, io e Riky cerchiamo di mettere a fuoco questa città. Ciò che lascia entrambi perplessi è il contrasto architettonico che la caratterizza. Edifici moderni e lussuosi si affiancano a palazzi violati e sventrati in attesa di ristrutturazione. Una città rivolta al futuro che sembra voler dimenticare il passato cancellando ogni traccia residua e rivestendolo di panni occidentali.

Scorcio di Beirut e contrasti architettonici

Scorcio di Beirut e contrasti architettonici

Beirut: i miei tuffi al cuore

Considerato che il Libano è grande quanto un fazzoletto, molti viaggiatori fanno base a Beirut e si spostano ogni giorno per visitare i vari luoghi di interesse.

Ma Beirut non è il Libano – lo dicono gli stessi libanesi – e a mio avviso non è una scelta vantaggiosa sono nessun punto di vista.

In primis economicamente. Beirut è cara, parecchio, ma il resto del paese è una passeggiata di salute per il portafogli.

Non conviene nemmeno in termini di tempo. Beirut è trafficata e caotica e uscire dalla città può essere un delirio. Noi l’abbiamo tenuta come base per andare a visitare il sito archeologico di Baalbek, poi ci siamo spostati a Tripoli dove abbiamo trascorso le successive due notti.

Infine, ma non per questo meno importante, non ha senso neppure a livello emotivo. A Beirut non è possibile cogliere nulla di questa piccola gemma del Medio Oriente che siamo soliti associare all’idea di pericolo, bombe, guerra civile e campi profughi.

A conti fatti, come avrete intuito, il primo approccio con Beirut non è stato memorabile. Una città gradevole ma non si capisce da che parte sta. Tuttavia in due occasioni mi sono emozionata parecchio.

La prima è legata all’incontro con Abu Mouajhed, direttore di CYC (Children & Youth Centre), una ONG che opera nel campo profughi palestinese di Shatila a sostegno di bambini e ragazzi tra i sei e i diciotto anni d’età. Sia io che Riky siamo stati in Palestina la scorsa estate, io in maniera superficiale e inconsapevole e lui con un viaggio di conoscenza organizzato dalla Casa della Pace, ed eravamo entrambi interessati al punto di vista dei palestinesi che da settant’anni vivono in Libano, cacciati da casa loro.

Un incontro breve ma intenso da cui sono uscita carica di rabbia. Ho affrontato il viaggio in Israele con una leggerezza che di solito non mi appartiene e l’incontro con Abu è stato per me illuminante su una situazione che conosco poco. Non so quante decine di migliaia di palestinesi vivono in Libano, prive di qualsiasi diritto. Molti di loro ci sono nati e la Palestina non l’hanno nemmeno mai vista ma ne proclamano con orgoglio l’appartenenza.

Vivono da sempre qui, a Shatila, e la loro unica prospettiva si chiama speranza.

Il Libano nega ai palestinesi diritti civili fondamentali come quello alla proprietà, all’esercizio di alcune professioni – possono fare gli insegnanti ma non i medici, per dirne una – e persino alla salute. Le tasse universitarie per gli studenti palestinesi sono più elevate di quelle per i libanesi, stessa cosa per le cure sanitarie. Pensate che tempo fa, secondo quanto ci ha raccontato Abu, hanno finanziato una campagna di prevenzione contro il cancro al seno rivolta esclusivamente alle donne libanesi.

Il campo profughi di Shatila, tristemente noto per l’eccidio di palestinesi del 18 settembre 1982 operato dalle Falangi libanesi e dall’Esercito del Libano del Sud con la complicità di Israele, ospita attualmente 22.000 persone su una superficie che non supera il chilometro quadrato. Il tutto accade a dieci minuti dal centro storico di Beirut che si distingue per i viali ampi e puliti, i ristoranti costosi e i negozi di lusso. A Shatila persino l’acqua e l’eletricità sono da considerarsi un privilegio e questo è uno dei contrasti di Beirut difficile da ingoiare, metabolizzare e digerire.

Nel caso in cui vi interessi fare un’esperienza di volontariato, sul sito trovate tutti i riferimenti per mettervi in contatto con CYC.

Io e Riky con Abu davanti alla sede di CYC

Il secondo tuffo al cuore l’ho avuto alla vista del Beit Beirut, un museo-centro culturale che racconta la storia della città e gli anni della guerra civile. L’edificio, in stile neo-ottomano, si trova lungo quella che un tempo era la Green Line che divideva la città. Pesantemente danneggiato dai bombardamenti, il Beit Beirut è stato ristrutturato nel massimo rispetto della forma originaria senza però nascondere le ferite inferte dalla guerra.

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Beirut, cosa vedere? La Yellow House

Il museo-centro culturale è aperto al pubblico solo durante le esposizioni ma noi siamo stati fortunati e grazie alla gentilezza del guardiano siamo riusciti a entrare e a fare un giro all’interno degli appartamenti stuprati dell’edificio del primo Novecento. E inizia il viaggio immaginario tra le storie e le vite che si sono intrecciate in quelle stanze. Io vi consiglio di fare un tentativo anticipando via mail al museo il vostro interesse nel visitarlo e, in caso di risposta negativa, provate comunque a chiedere al guardiano di turno che non si sa mai…

Cosa fare a Beirut la sera

Beirut è una citta vivacissima e a quanto mi ha riferito un ragazzo conosciuto al Meshmosh è molto attiva per quanto riguarda la movida notturna. Io non l’ho testata, odio andare in giro per locali e discoteche, ma una passeggiata dopo cena tra i quartieri di tendenza ce la siamo fatta, giusto per avere un’idea. Probabilmente, una vita fa, avrei tirato l’alba insieme ai beirutini ma ormai non ho pù né il fisico né, tantomeno, la voglia.

Gemmeizeh, Mar Michael e Achrafieh pullulano di bar, locali, ristoranti e qualche club. Il clima consente di stare all’aperto e la gente sosta sui marciapiedi con un drink in mano a chiacchierare, ridere, fumare, ascoltare musica e via dicendo.

Avrei fatto volentieri un salto nel locale di Alex, Alessandra di Sicilia, che ai prodotti di qualità unisce quel tocco di estro creativo che fa la differenza, ma purtroppo in quei giorni era in fase di ristrutturazione. Per la cronaca, Alex l’ho incontrata a Beirut grazie al consiglio che mi ha dato qualcuno su Instagram ed è una forza della natura, come immagino sia il suo locale. Ed è molto gentile e simpatica…

Un luogo carino in cui fermarsi a bere un caffè o una limonata fresca, ma non solo, è il Dar Al Mussawir con un bar, molto accogliente, al piano terra e una sala espositiva a quello superiore.

Mi hanno riferito che c’è parecchio movimento anche ad Hamra ma noi la sera siamo rimasti sempre nei dintorni del Meshmosh. Lascio a voi il compito di esplorare il quartiere e integrare questo post.

Dove mangiare a Beirut

La cucina libanese, scusate se mi ripeto, è una delle migliori al mondo, almeno per me. Beirut pullula di ristoranti in cui degustare le varie specialità locali ma, pare, sono abbastanza cari. Io e Riky ne abbiamo testati tre con un rapporto qualità-prezzo imbattibile. Ve li consiglio qui di seguito:

  1. Le Chef, a 100 metri dal The Grand Meshmosh Hotel, è un ristorante popolare in cui si mangia bene e si spende poco. Ce l’ha indicato un vecchietto dinanzi all’ingresso nell’attesa che si liberasse un posto. È frequentatissimo da locali e da stranieri che spesso condividono lo stesso tavolo. Il servizio è veloce e il boss, che si era messo in testa fossimo spagnoli e non c’è stato verso di fargli cambiare idea, è simpaticissimo. Qui proverete la cucina tipica, probabilmente molto più simile a quella di casa che a quella di un ristorante stellato. Hummus, mutabbal, babaganoush, agnello farcito, kibbeh, fettuche, taboulé, fatteh e chi più ne ha più ne metta. Siamo usciti rotolando per meno di 23 euro in due.
  2. Il Noy Restaurant è un ristorante sito in Bourj Ammoud e accosta specialità libanesi a piatti della cucina armena. Un po’ più strutturato de Lo Chef, è un ambiente rilassato in cui consumare un buon pasto a prezzi assolutamente onesti. L’abbiamo trovato su consiglio di Michel e non abbiamo potuto far altro che complimentarci con lui per la dritta.
  3. Un altro locale eccellente in cui fermarsi per un pasto è il T-Marbouta che a detta di Alex – residente a Beirut da sette anni ormai – serve le migliori Batata Harra della città. Io le ho provate e sono divine ma ci sono un sacco di altre specialità da provare in un contesto frizzante e cosmopolita.

Dove dormire a Beirut

Io e Riky, superfluo a dirsi, abbiamo soggiornato al The Grand Meshmosh Hotel nel quartiere di Gemmayzeh e ve lo consiglio vivamente. È una struttura che si presta sia alle esigenze dei viaggiatori low budget (con la possibilità di pernottare in dormitorio), sia a quelle di chi preferisce spendere qualcosa in più (Beirut non è la città più economica della terra!) per avere un po’ di privacy. Anche in questo caso il The Grand Meshmosh Hotel offre un rapporto qualità-prezzo eccellente. Dispone di una sala interna e di uno spazio aperto in cui fare colazione (squisita e abbondante!), sorseggiare una birra, consumare il pasto e fumare la sciscia sulle note della musica di sottofondo, sempre azzeccatissima. Insomma, buone vibrazioni, il personale è gentile e Michel, il proprietario, è una fonte di consigli inesauribile.

Taxi: numeri utili

Se avete bisogno di un taxi e volete andare sul sicuro, vi lascio un paio di numeri che mi ha raccomandato Alex da utilizzare all’occorrenza.

Per raggiungere l’aeroporto – pare non esistano mezzi di trasporti pubblici che lo servano – io e Riky abbiamo chiamato High Taxi (tel. +961 01 328728) che ci ha chiesto 13.000 Lire libanesi (contro le 20.000 Lire libanesi che ci avevano sparato altri). In alternativa c’è Queen Taxi (+961 05 454422), un’altra compagnia affidabile ma un po’ più cara.

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Direi che è tutto e non perché non ci sia altro da fare e da vedere a Beirut (di chiese e moschee, quartieri e musei, edifici incredibili, storici e non, ce ne sono tanti altri) ma perché io non sono andata oltre.

Il tempo per viaggiare non è mai sufficiente, bisogna fare delle scelte e io e Riky, di comune accordo, abbiamo preferito viverci un po’ meno Beirut e un po’ di più il resto del paese.

Ciò non toglie che questo è sicuramente un punto di partenza per te che non ci sei stato (ma ci stai pensando) ma anche uno stimolo per te che la conosci a fondo e hai altre chicche da condividere con noi. Vi aspetto entrambi nei commenti con dubbi e suggerimenti.

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2 comments

  1. Guida utilissima e ben fatta!! Infarcita sia di storie che di informazioni utili.
    E’ stato bello percorrere le vie di Beirut con te!
    Secondo me Beirut è una di quelle città che si rivela poco a poco, ha un’anima sepolta da strati di sovrastrutture come hai giustamente evidenziato…per provare a capirla bisognerebbe fermarsi più tempo.
    Chissà mai se riusciremo a ricalpestare il suolo libanese nel futuro…

    • Diana
      Author

      Tesoro, io sicuramente lo farò lo sai… se sono ancora qui è grazie a questa splendida parentesi che mi ha scaldato il cuore, anche solo per pochi giorni…

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