A MEDELLIN CON I GIOCOLIERI. CHAPTER 2

Chapter 2

Sosta obbligata nella città di Medellin per effettuare la revisione e il cambio gomme dei nostri mezzi.

Siamo nel dipartimento di Antioquia, a circa seicento chilometri da Cartagena. Medellin, nota anche come la ciudad de la eterna primavera per il clima mite e gradevole di cui si gode durante tutto l’anno, con temperature che oscillano mediamente tra i 18 e i 28°C, è una città moderna, vivace e culturalmente attiva che si è inspiegabilmente radicata nel mio immaginario da tempo immemorabile.

Sono varie le personalità di rilievo in qualche modo legate alla città di Medellin. Tutti ricorderanno Pablo Escobar, figura di spicco del narcotraffico internazionale della fine degli anni ottanta, nonché uno degli uomini più ricchi e controversi dell’epoca. Ma sicuramente tutti ricorderanno anche Fernando Botero, il grande artista colombiano noto al mondo intero per l’insolita dilatazione dei soggetti rappresentati dalle sue opere.

Dopo aver vagato per un lasso di tempo indefinito tra le masse smisuratamente abnormi di Plaza de las Esculturas, un vero e proprio museo all’aperto nel centro della città che ospita ben ventitré capolavori del celebre scultore, mi siedo con un salpicón in mano e resto in contemplazione. La piazza è gremita di gente e di polizia. Per anni Medellin è stata una città pericolosissima e teoricamente la presenza delle forze dell’ordine dovrebbe garantire un certo grado di sicurezza. Invece, paradossalmente, è proprio la loro presenza ad inquietarmi.

Dirigo lo sguardo verso l’angolo opposto della piazza e uno strano movimento rotatorio attira la mia attenzione. È un movimento aereo, quello di sei clave che volteggiano nell’aria. Mi avvicino incuriosita e mi faccio spazio tra la folla. Un ragazzo, o forse un uomo, non riesco a stabilire la sua età, sta compiendo il prodigio. È a torso nudo, i muscoli delle braccia scolpiti e un paio di pantaloni a strisce verticali arrotolati fino al ginocchio. Saranno almeno cinque minuti che fa piroettare sei clave al tempo stesso senza mai farle cadere. Insieme a me giungono due agenti che ci invitano a circolare. Il giocoliere raccoglie il suo zaino e si incammina a piedi scalzi verso la mia panchina, l’unica ancora disponibile. “¡La concha de tu hermana!” lo sento inveire con l’accento tipico porteño. È sicuramente argentino o uruguayo. Lo raggiungo e gli chiedo se mi posso sedere. “Claro loka” – mi risponde tirando fuori dallo zaino una bottiglia da cui butta giù una lunga sorsata. Poi me la offre. Aguardiente antioqueña alle undici di mattina? No grazie, mi sembra un po’ eccessivo.

Si accende una sigaretta e riprende a imprecare contro la polizia. “Los tumbos no dejan laburar aca, ¡siempre tienen que joderte la vida!”. Non conosco il termine tumbos ma intuisco si tratti degli agenti di polizia. Iniziamo a conversare. È uruguayo il ragazzo, di Montevideo. Ora che lo osservo da vicino, nonostante la pelle bruciata dal sole, riesco a inquadrarlo meglio. Avrà una trentina d’anni a dir tanto, e sembra non abbia mai visto un sapone in vita sua. Ma è buena onda e di piacevole compagnia. Entriamo subito in confidenza e inizia a raccontarmi la sua storia.

“Vengo da uno dei quartieri più poveri di Montevideo, qualcosa di simile alle comunas di Medellin”. Mi chiede se le conosco. Nego con la testa e gli dico che non mancherò di visitarle. “Mio padre non l’ho mai conosciuto, Sono cresciuto solo con mia madre, fratello maggiore di otto figli, tutti frutto di uomini diversi. Avevo quattordici anni quando me ne sono andato”. ”Quattordici anni? Un bambino!” – ribatto basita. “Volevo regalare una casa a mia madre per tirarla fuori dalla merda in cui viveva” – mi ha risposto. “Ma ci hanno beccati e ho passato quattro anni in riformatorio” – conclude con una risata sarcastica. Sgrano gli occhi ma non dico niente. Lo lascio semplicemente parlare, come un fiume in piena. “Quando sono uscito dal riformatorio sono partito. Ho iniziato dal Brasile e sigo dando vueltas por América Latina. Sono ormai dodici anni che non vedo mi vieja. Ma ora ho voglia di tornare…”.

Gli chiedo cosa fa per vivere, come si mantiene. “Laburo loka, ¿qué te crees? Aqui nadie te regala nada, ¡la puta madre que te parió!”. Questo è certo, soprattutto a uno come lui, penso inorridita guardandogli le unghia delle dita dei piedi. “Lavoro tutto il giorno al semaforo. Solo che poi la sera…”. Non termina la frase. Si limita a sollevare la bottiglia, quasi a renderle omaggio, e butta giù un’altra lunga sorsata seguita da un rutto.

Sollevo lo sguardo e vedo quattro ragazzi venire nella nostra direzione. Giocolieri anche loro, lo deduco dalle clave colorate che escono dai loro zaini e dall’aspetto trasandato almeno quanto quello del mio nuovo amico. Ci raggiungono, battono il pugno all’uruguayo di cui ancora non conosco il nome e mi baciano senza nemmeno presentarsi. Poi iniziano a parlare tra di loro. Hanno tutti lunghi dreadlocks e l’accento porteño, tranne uno, il più silenzioso, che parla un mix di spagnolo e portoghese. Tira fuori dal suo zaino uno strano gioco, che scoprirò chiamarsi diablo, e inizia a esercitarsi. Ascolto i discorsi dei quattro seduti al mio fianco che si passano la bottiglia ma il mio sguardo è inchiodato sul miracolo che sta compiendo il giocoliere davanti ai miei occhi. Mi invita a provare con il suono dolce del portuñol e non riesco a dire di no, anche se so che sarà un fracasso totale. È gentile il ragazzo, nonostante lo sgradevole odore che emana. Ma dopo dieci minuti tentando di riuscire a manovrare quell’aggeggio diabolico sotto il solleone… nemmeno il mio è più così invitante.

Mi arrendo e torno a sedermi. Stanno parlando di luoghi a me ignoti che hanno conosciuto nella loro vita errante. A quanto intuisco sono tutti dei senza tetto, dei senza fissa dimora, ma non nel senso che gli ho sempre attribuito io, forse erroneamente. Tutti hanno lasciato le loro case giovanissimi, chi per un motivo chi per l’altro, e hanno iniziato a vagabondare per l’America Latina traendo il proprio sostentamento dalla strada. Si muovono da soli o in gruppo, è indifferente, e offrono momenti di diversione agli angoli delle strade. Si fermano in un posto fino a quando hanno ancora qualcosa da scoprire, da conoscere. Possono essere giorni, settimane o mesi. Poi riprendono il cammino. Raccontano di posti e situazioni talmente assurdi da sembrare irreali. Ma sicuramente non è così, sicuramente hanno il tempo e il modo di entrare dentro un paese più di quanto sia consentito a me. Hanno scelto il tempo, e non la fretta, e ne hanno fatto il loro migliore amico.

Cerco di liberarmi dai miei preconcetti occidentali e vedere la situazione sotto un’altra prospettiva. Lavorare, perché loro sostengono di lavorare. A mio padre verrebbe la pelle d’oca se gli dicessi che il mio lavoro consiste nel tirare in aria clave e palline, esibirmi su un monociclo, far volare un diablo, sventolare bandiere o dar vueltas a catene infuocate. Ma loro di questo ci vivono, e con questo viaggiano. Per loro il viaggio è la vita e la vita è il viaggio.

Non so se sarei pronta a impostare la mia vita in questa direzione, ma non riesco a reprimere un moto di sana e leggera invidia per il loro modo di essere, così poco attaccati alle convenzioni di cui spesso io mi sento schiava. Perché la loro è una scelta, non una condizione. In una qualsiasi altra collocazione si sentirebbero fuori luogo e per loro vivere così è la realizzazione di quel che sono in astratto. Alcool, droga e libertà. Sembrano dei disperati, ma nei loro racconti riconosco lo stesso entusiasmo e la stessa energia di tutti coloro che viaggiano perché la ritengono la forma migliore per scoprire, arricchirsi, conoscere.

La Globetrotter

Gli artigiani di Plaza de los Ponchos – Chapter 3

 

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