VIAGGIO IN CAMERUN. UN TRENO VERSO LA STORIA

Qualche giorno fa vi ho presentato il mio amico Riccardo che per il mio compleanno mi ha regalato alcune pagine di diario del suo viaggio in Camerun. In realtà parlare di diario di viaggio nel caso di Riccardo è riduttivo, le sue non sono cronache di viaggio ma scorci di vita vissuti.

Ecco quindi il suo secondo post che io trovo meraviglioso. Ricco di riflessioni molto attuali sul tema dell’immigrazione, Un treno verso la storia ci conduce a Ngaoundérè, una città sultanato mussulmana camerunese il cui, il venerdì…

Tranquilli, non vi anticipo nulla ma credetemi, da leggere tutto d’un fiato!

Viaggio in Camerun. Un treno verso la storia.

Il treno che unisce Yaoundé a Ngaoundéré è l’unico mezzo di comunicazione plausibile tra queste due città. In alternativa bisogna essere pronti ad affrontare 600 km di pista di terra e almeno due giorni di viaggio in taxi brousse.

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Viaggio in Camerun. Sul treno per Ngaoundéré

La stazione di Yaoundé si riempie di persone e delle loro vettovaglie. Non vedo altri bianchi, presento il mio biglietto e mi accomodo nel vagone letto. Sono il primo, poco dopo arriva Jean Marc, un medico camerunese di Yaoundé di stanza a Maroua.

Maroua si trova nella regione Estremo Nord del Camerun, da almeno cinque anni la zona è interdetta al turismo per gli attacchi kamikaze che le truppe di Boko Haram sferrano ripetutamente. Passano il confine nigeriano, entrano nei villaggi, spesso sono donne obbligate a farsi esplodere dalle milizie estremiste. Vanno al mercato piene di tritolo sotto le loro lunghe vesti e bum, si fanno esplodere.

L’ultima volta la settimana scorsa, in un villaggio a un’ora da Maroua.

E no, non fa notizia. Sono già morti più di diecimila camerunesi, diecimila donne, uomini e bambini. Come noi, come quei poveri cristiani che passeggiavano sulla Rambla a Barcellona. Come le persone che l’altra sera cenavano al ristorante Aziz a Ouagadougou.

Poco importa la loro religione, il loro credo, siamo tutti umani, fatti della stessa carne e della stessa paura.

Jean Marc è direttore dell’ospedale locale, è sposato con una ragazza osseta che vive qui in Camerun con lui e con i loro figli. Dice che a Maroua la vita va avanti, non è facile. Lui potrebbe andare in Europa, di fatto sta tornando a casa dopo un mese in Francia. Sa di essere fortunato perché ha potuto studiare in Europa, ha vissuto dieci anni a Mosca. Ma no, non vuole mollare. Vuole rimanere qui.

Parliamo tantissimo, il treno parte e ci lasciamo conquistare vicendevolmente dai nostri racconti di vita, dai nostri pensieri. Gli spiego che in Italia e in Europa è in atto una vera e propria guerra mediatica contro gli immigrati, una battaglia a colpi di chi la spara più grossa per raggranellare voti. Uno schifosissimo circo a cui ogni giorno mi tocca assistere, privo di contenuti.

Sono qui — gli confesso — non solo per viaggiare e per conoscere il suo paese, ma anche per aprire una finestra su un mondo che molti ignorano. Fosse anche una piccola finestrella, un pertugio, voglio che i miei amici vedano che la ricchezza culturale dei popoli africani è inversamente proporzionale alla loro miseria. Che nessuno se ne andrebbe se solo gli si lasciasse la possibilità di costruirsi un futuro, senza ingerenze dei poteri forti, senza politici corrotti, senza quella morsa che li obbliga a vivere in questa miseria.

È notte, di quelle notti africane più nere del carbone. Il treno sferraglia, salta sulle rotaie, si ferma ogni tanto in qualche villaggio dove la gente del posto accorre per vendere cibo ai viaggiatori. “Baton baton” urlano le donne dei villaggi, agitando i lunghi bastoni di manioca fasciati in foglie di banano: una vera leccornia per i camerunesi, per me un odore che rimarrà impresso nelle mie narici per tutto il viaggio, di gomma da masticare. Un odore che permea il vagone dopo gli acquisti nelle prime stazioni.

Mi corico, leggo un po’, ripenso alle parole scambiate con Jean Marc, ripenso alla Rambla, ai tanti amici che vivono a Barcellona. Non può essere questo il mondo che abbiamo creato.
Con fatica mi addormento, un sonno leggero, ogni volta che il treno si ferma i vagoni saltano sui binari e mi spaccano le ossa.

Quando sorge il sole apro gli occhi e guardo fuori dal finestrino. È la mia Africa quella che scorre davanti ai miei occhi, distese di boschi e prati verdissimi e fiumi marroni carichi di acqua che tagliano quel verde senza fine.

Arriviamo a Ngaoundéré, saluto Jean Marc che prosegue in bus per Maroua. Prendo un moto-taxi e mi faccio portare alla missione cattolica dove le suore polacche affittano delle belle stanza in mezzo a un giardino fiorito.

Ho calcolato benissimo i miei giorni per arrivare qui di venerdì. Ngaoundéré è una città-sultanato musulmana e il venerdì, giorno di festa, il capo della città, il potentissimo lamido, esce dalla sua corte per recarsi a pregare alla grande Moschea seguito dai suoi cortigiani e dai suoi sudditi. Non vedo l’ora di assistere a questo spettacolo.

La città è completamente diversa da quelle del Camerun meridionale, adoro l’atmosfera che si respira nelle città musulmane africane. Sono più tradizionaliste di quelle cristiane, gli uomini sono tutti vestiti con le lunghe camicie che arrivano al ginocchio, abbinate ai pantaloni dello stesso tessuto e l’immancabile copricapo. Le donne, velate ma senza mai coprire il volto, sono coloratissime nelle loro stoffe tradizionali.

Grand Marché di Ngaoundéré

Si sente aria di festa. Arrivo al Lamidato, il palazzo del sultano, un’ora prima della cerimonia e ne approfitto per visitare le sale aperte al pubblico. La guida mi racconta che il Lamidato di Ngaoundéré fu fondato a metà dell’Ottocento e da allora il titolo di Lamido viene tramandato di padre in figlio. È un organo potentissimo, che detta i ritmi di vita della gente in una fusione tra religione e vita sociale. Il lamido è venerato quasi fosse un Dio. A un certo punto la guida mi dice di scostarmi e stare fermo, sta passando il Lamido che deve andarsi a preparare per la cerimonia.
Mi racconta che persino il barbiere del Lamido è un titolo ereditario e solo il barbiere “in carica” può toccare i capelli del sultano. Visitiamo la sala del tribunale, la sala dei griot — i musicisti del sultano — e il cortile delle udienze dove il Lamido riceverà i suoi notabili alla fine della cerimonia.

Donna mbun nel cortile del Lamidato

 

Ingresso del Lamidato di Ngaoundéré

Sala delle Udienze del Lamidato di Ngaoundéré

Quando scoccano le 13.00 sono già appostato nella piazza di fronte al palazzo su cui affaccia la grande Moschea. In men che non si dica, mi sfilano di fianco il Lamido e tutto il suo seguito della corte dei notabili, avvolti in vesti sontuose e con il volto fasciato in un drappo che copre testa e mento. Sulla piazza si sono radunate centinaia di persone e la voce lamentosa del muezzin comincia a intonare la preghiera. Quel suono cantilenante e circolare avvolge tutta la piazza, gli uomini e i bambini stendono i loro tappeti e pregano verso la Mecca. È un momento di pathos fortissimo, sono emozionato e ammiro quel momento di collettività profonda che unisce il popolo in una totale devozione.

Finisce la preghiera, il Lamido seguito dal suo solito codazzo rientra nel palazzo coperto da un ombrellone blu che viene fatto roteare vorticosamente. Gli uomini sulla piazza iniziano a sgattaiolare via e insieme a una famiglia franco-camerunese anch’essa in visita al Lamidato, ci viene fatto segno di entrare a palazzo.

Attendiamo che il Lamido ci riceva, mi ritrovo in mezzo ai notabili che brillano nei loro fantasmagorici vestiti della festa. Poi il cortile del ricevimento si apre e uno ad uno salutiamo il Lamido inginocchiandoci davanti a lui e ricevendo un gesto di assenso per poterci rialzare. Tutti si siedono a terra nel cortile. Noi ospiti ci mettiamo in uno spazio defilato. Inizia l’ultima fase della celebrazione, entrano i griot che iniziano a suonare musiche piene di passione con le loro trombe e le loro percussioni.

Piazza della Grande Moschea di Ngaoundéré. Preghiera collettiva del venerdì

Quando esco dal palazzo sono su di giri, ne è valsa la pena arrivare proprio di venerdì. Vado a mangiare un boccone (di montone alla griglia) con due ragazzi americani, che fanno i peace corps in Camerun, conosciuti alla fine della celebrazione.

Bambini in preghiera

Che grande giornata mi ha regalato oggi il Camerun!

Riccardo Campanella

Se vuoi leggere i racconti di Riccardo sui viaggi scorsi in Africa Occidentale clicca qui.

6 comments

  1. Lauro

    Hai ragione Diana: è un resoconto bellissimo e sono andato a leggere anche gli altri sul sito di Riccardo.
    Grazie per avermelo fatto conoscere.

    • Diana
      Author

      Eh lo so, non a caso è sul mio blog! Sai che sono gelosa e ospito solo scritti di qualità… Grazie Lauro

  2. Grazie mille Lauro delle bellissime parole…sono contento che ti sia piaciuto il racconto.
    Quando viaggio, le parole sgorgano con una semplicità che a volte trovo inspiegabile persino a me stesso. E’ proprio la magia del viaggio che rende questo possibile…
    A presto

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