LA NOTTE DI YAMI CHOKA, TRA VODU E RITI DI INIZIAZIONE

Qualche settimana addietro avevo pubblicato Il mistero di Ouidah, tra i sospiri degli Oroh, un racconto risalente al 2010 frutto di una notte di suspence vissuta in un contesto un po’ particolare, quello del Festival Internazionale del Vodù. Ebbene, giusto stamattina ricevo un messaggio privato che inizia così: “Alla fine il racconto del Benin mi ha stregato e Benin sia, dal 25 dicembre al…” Esaltazione a palla e via con il secondo racconto, sempre scritto all’epoca e sempre sullo stesso tema, tra suspence, curiosità e un pizzico di incredulità. Siamo a Ouidah, durante la notte, e accompagniamo la marcia di Yami Choka.

Le foto sono della mia amica e coprotagonista del racconto Linda De Nobili, colei che mi ha dato l’input a uscire dal guscio. Ho lasciato il racconto così come l’avevo scritto all’epoca, sette anni fa, a riprova del fatto che anche nella scrittura c’è un’evoluzione. Almeno, ne La notte di Yami Choka riconosco la mia impronta ma vi confesso che mi sono trattenuta dal ribaltarlo e riscriverlo da capo! Chi mi legge abitualmente… mi dica la sua!

LA NOTTE DI YAMI CHOKA, TRA VODU E RITI DI INIZIAZIONE

La luna si ergeva in cielo e brillava in tutta la sua pienezza. La notte era umida, afosa, asfissiante. Io, Linda e Simona sedevamo da quasi due ore sul marciapiede dirimpetto al tempio dei Pitoni e attendevamo Anisette. Non c’era nessuno nei dintorni oltre a noi tre e un cane solitario che gironzolava con la testa bassa, presumibilmente in cerca di cibo. Linda guardò l’orologio. “E’ quasi mezzanotte, l’ora delle streghe” – disse a bassa voce prima di scoppiare in una risata isterica. Noi restammo in silenzio, perplesse. Di tanto in tanto Anisette ricompariva ma non si fermava mai più di due o tre minuti. Il tempo necessario a rassicurarci. “Stanno per arrivare” – ci diceva con una sorta di compiaciuta fierezza. Subito dopo si volatilizzava, esattamente com’era apparso. Una visione fugace, quasi un fantasma.

Logorata dall’attesa estenuante, Simona propose di rientrare alla Maison. Guardai Linda e scorsi sul suo volto la mia stessa titubanza. “L’ultima sigaretta” – rilanciai fiduciosa. “Se non succede nulla…” Non feci in tempo a terminare la frase. Un rullo di tamburi giunse inaspettato a infrangere il silenzio della notte. Dapprima un suono lontano e confuso, dal ritmo lento e regolare. Poi sempre più fitto, intenso e frenetico. Linda tornò a guardare l’orologio ed esclamò estasiata: “Ragazze, inizia la danza!”. Io ero disorientata. Mi aspettavo di trovare orde di turisti e invece eravamo le uniche bianche. Magicamente, Anisette si materializzò davanti ai nostri occhi. “Pronte?” – si limitò a chiederci. Si dileguò senza attendere risposta.

Così com’era iniziato, il rullo dei tamburi cessò. Senza preavviso. Il silenzio durò pochi istanti, poi una dolce litania si levò nell’aria colmando il vuoto lasciato dalla fuga inaspettata dei tam-tam. Lentamente, uno dopo l’altro, apparvero degli uomini vestiti di bianco che si posizionarono l’uno accanto all’altro in file ordinate di quattro o cinque persone. Erano troppi e persi rapidamente il conto. Quando il corteo fu al completo, la litania si interruppe e i tamburi ripresero a suonare.

Mi guardai attorno in cerca di Anisette. Invano. Accanto a me sedeva un vecchio e mi rivolsi a lui per sapere chi, o cosa, stavamo aspettando. L’uomo mi guardò stupito e rispose candidamente “Yami Choka… Yami Choka…”. “Yami che???” – esclamò Simona con un’aria divertita e spaventata al tempo stesso. “Yami Choka” – le ripeté Anisette. “La divinità protettrice e accompagnatrice del male. Ora però frenate la curiosità, non fate domande in giro e siate discrete. Quando tutto sarà finito, avrete le vostre risposte. Mi raccomando, statemi vicine e fate attenzione a non perdervi.”

Il rullo dei tamburi si intensificò e accelerò il ritmo, lasciando presagire l’arrivo di qualcuno d’importante. L’apparizione estemporanea di un ragazzino mi sconcertò. Non doveva avere più di sei o sette anni e indossava un tipico pagne annodato in vita. Procedendo con aria altera, si posizionò in cima al corteo. Tra le mani stringeva la statua di una donna. Immaginai rappresentasse Yami Choka ma fu un’intuizione che non trovò in Anisette una risposta. Era sparito di nuovo senza che nessuna di noi se ne accorgesse.

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La notte di Yami Choka

Il ragazzino sollevò la statua e iniziò una marcia lenta e solenne scandita dal rullo incessante dei tamburi. Notai l’assenza delle soavi melodie intonate dalle donne che abitualmente accompagnano le cerimonie vodù. Che fare? Il corteo si stava allontanando e di Anisette non c’era traccia. Fu Linda a prendere l’iniziativa. “Ragazze, Anisette è totalmente inaffidabile. Ha detto di stargli vicino ed è sparito. Cerchiamo di non perderci almeno noi tre e viviamoci fino in fondo quest’esperienza incredibile. Quando ci capiterà un’altra volta? Che ne dite?”.

Non fu necessario ripetercelo due volte. Io e Simona eravamo già in piedi, pronte a recuperare il tempo perso. Ci incamminammo a passo sostenuto in cerca di un buon punto di osservazione, avendo l’accortezza di restare ai margini della processione. Improvvisamente la marcia si arrestò e riuscimmo a portarci in prima fila. Uno degli uomini in bianco, che immaginai fosse un adepto, gettò della polvere in terra che nel giro di pochi istanti si trasformò in una nuvola di fumo. Il ragazzino la attraversò e riprese la sua marcia.

Udii una voce familiare e mi voltai. Anisette era di nuovo accanto a noi. “Stanno purificando il cammino” – ci spiegò. “Posso?” – gli domandò Linda indicando la macchina fotografica. Un semplice cenno del capo e i suoi occhi si illuminarono. Con passo felpato e l’agilità di una gatta entrò in scena e iniziò a scattare. Una serie di istantanee che avrebbero fissato quel momento per sempre. Nessuno sembrava far caso a lei. Noi procedevamo lentamente in mezzo agli uomini in bianco. Di colpo la marcia si fece più concitata e vertiginosa, fino a diventare insostenibile. Anisette mi prese per mano e richiamò Linda che con aria interrogativa si avvicinò a noi. Non le diede il tempo di formulare la domanda. Ci intimò di tenerci per mano e accelerò il passo, trascinandoci come se fossimo legate l’una all’altra da una corda invisibile. La processione aveva cambiato fisionomia, l’ordine e la solennità iniziali si erano dissolte per dar vita a un movimento folle e disordinato. Il ragazzino sembrava posseduto, sul punto di soccombere da un momento all’altro sotto il peso della statua. Ma non l’abbandonò un istante. Alta e imponente, guidava maestosa il corteo. Alle voci dei tamburi erano subentrate le urla acclamanti della folla.

Eravamo frastornate. Simona col fiatone, io con la stringa della scarpa slacciata e Linda che arrancava sotto il peso della macchina fotografica. Ciò nonostante nessuna di noi arrestò la corsa. Ignare di ciò che ci attendeva e prestando attenzione a non inciampare, abbandonammo ogni potenziale timore per lasciarci trasportare dal fluido.

Quando finalmente ci fermammo, mi guardai attorno incredula e meravigliata. “Ragazze, ditemi che sto sognando… Siamo o non siamo in un cimitero?”. Trovai la risposta sul volto confuso di Simona. La musica cessò di colpo lasciando il posto a un silenzio opprimente. Ci stringemmo l’una all’altra per farci coraggio, senza emettere nemmeno un suono. Anisette era sparito ancora una volta. Una nube passeggera aveva oscurato la luna, unica fonte luminosa in quella notte fosca. Distinguevo i contorni del viso di Linda e Simona e le sagome bianche senza volto dei presenti. Udimmo il fruscio di passi che calpestavano l’erba e un sussurro. “E’ una cerimonia di iniziazione ma nessuno può assistervi. L’accesso alla foresta sacra è riservato agli iniziati.” Era Anisette, arrivato giusto in tempo per ricondurci alla realtà.

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La notte di Yami Choka

I tamburi ripresero a rullare. Il bambino era scomparso e gli uomini in bianco danzavano sulle tombe scambiandosi abbracci e intonando canti e preghiere. La luna si riaffacciò e sui volti di Linda e Simona lessi le mie stesse emozioni: sorpresa, paura, entusiasmo, curiosità, ansia. Ci sedemmo su una tomba esauste. La tensione aveva lasciato il posto a una sorta di abbandono. Anisette era li, accanto a noi, ma non sentivamo più il bisogno di chiedere o di sapere. L’intensità di quel momento era tutto ciò che desideravamo vivere.

Restammo in silenzio, ammirando ammaliate la danza degli uomini in bianco che dialogavano con i loro corpi in movimento. Ognuna di noi, credo, stava costruendo la propria storia quando Anisette si avvicinò. “E’ ora di andare” – disse. Senza profferire parola ci alzammo e riprendemmo il cammino, attraversando le stradine buie e deserte di Ouidah per raggiungere la Maison.

La Globetrotter

Il reportage completo di Linda sul Festival Internazionale del Vodu lo trovate sul suo sito, tra i tanti realizzati.

4 comments

  1. ivan

    Ciao Diana, grazie mille per l’emozione che trasmetti. Dovete ringraziare “l’ultima sigaretta”, grazie ad essa avete ammirato una cerimonia indescrivibile.
    Ciao Ivan
    Haribol

    • Diana
      Author

      Ahahah è vero Ivan! E ora che quasi non fumo più come farò in futuro? Scherzo ovviamente… si bella esperienza, peccato che tu te lo perda, tra l’altro di poco! Ma ne parleremo a voce…

  2. Bellissimo! Letto ora con qualche giorno di ritardo.
    Ma quanti di questi meravigliosi racconti hai nel cassetto? Perché sai che questa è la forma di racconto che preferisco <3
    Besos

    • Diana
      Author

      Ahahah mi fai morire! Si ne ho un altro sul Mali, magari recupero anche quello… e poi alcuni che però non sono di viaggio, magari te li mando in privato…

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