IL MISTERO DI OUIDAH, TRA I SOSPIRI DEGLI OROH

Non è sempre facile e scontato riuscire a entrare nella cultura di un paese. Una francese residente a Kafountine e conosciuta durante il mio viaggio in Casamance del 2010, una sera mi rivelò che dopo dieci anni di vita in Senegal stava finalmente iniziando a capirci qualcosa. Il mistero di Ouidah parla di questo. Della difficoltà di confrontarsi con l’altro, l’esotico, e di cogliere a fondo gli aspetti culturali di un luogo lontano.

Se non fosse stato per la mia amica e fotografa d’eccezione Linda De Nobili che di ritorno dal viaggio in Benin mi chiese di scrivere qualcosa a corredo delle sue immagini, probabilmente oggi non sarei qui. Lei è una delle persone che devo ringraziare per avermi spinta a uscire dal guscio arricchendo la mia vita di significato. Vi dirò, rileggere questo racconto a distanza di quasi otto anni mi ha fatto un certo effetto…

IL MISTERO DI OUIDAH

“E se dovessimo incontrare gli Oroh?” – aveva chiesto Ricky mentre ci apprestavamo a salire sul tetto della Lancia per rientrare alla Maison dopo una serata trascorsa piacevolmente a bere birra in una buvette. “Gli Oroh?” – pensai. “Chi saranno mai questi Oroh? Qualche gruppo etnico del Benin di cui ancora ignoro l’esistenza?”. Fu solo un pensiero fugace. L’autista ingranò la marcia e iniziò una folle corsa per le stradine deserte di Ouidah, incurante del fatto che ben quattro passeggeri erano appollaiati sul tetto del veicolo.

In pochi minuti giungemmo a destinazione. Riky fu il primo ad accorgersi che il portone d’ingresso della Maison era chiuso e che il piazzale antistante, gremito di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte, era immerso in un silenzio tombale.

Con un balzo saltai giù dal tetto della macchina e mi precipitai al portone. Gli altri mi raggiunsero come saette e tutti insieme iniziammo a chiamare a gran voce Sonia, la governante. Udimmo dei passi provenire dall’interno. Il portone si aprì di uno spiraglio lasciando intravedere le donne con un corteo di ragazzini alle spalle avvinghiati l’uno all’altro. “Fate in fretta” – ci intimò. “Ci sono gli Oroh!”

“Ancora gli Oroh? Ma si può sapere chi diavolo sono?” – le chiesi trepidante. Aveva l’espressione di una gazzella inseguita dal leone e non mi sembrò il caso di insistere oltre. Mi infilai rapidamente nel portone semiaperto che si richiuse pesantemente con un tonfo non appena l’ultimo di noi mise piede nel cortile.

Cetto ci invitò con un cenno del capo a seguirlo in terrazza e con passo felpato e agile sparì. Io ero l’ultima della fila e con la coda dell’occhio intravidi una fioca luce provenire dalla cucina. Mi avvicinai alla porta della stanza in penombra e allungai il collo cercando di non farmi vedere. Rimasi attonita. Il Vecchio, che abitualmente trascorreva le notti davanti al muro di cinta della casa, giaceva riverso a terra in preda alle convulsioni con la bava alla bocca. Accanto a lui Justine, con le gambe incrociate e le mani congiunte, pregava in silenzio. Otto bambini, che nella semioscurità faticai a identificare, erano disposti in cerchio attorno al corpo agonizzante del Vecchio. In ginocchio e con gli occhi chiusi, sembravano assenti. Feci per entrare ma Sonia mi tirò per un braccio e mi spinse brutalmente verso la terrazza.

Salii titubante le scale e raggiunsi gli altri che, ignari di quanto stava accadendo al piano inferiore, erano affacciati al parapetto. Mi avvicinai a loro frastornata e guardai giù. Ouidah era lì, sotto di noi. Attesi che i miei occhi si abituassero all’oscurità per coglierne le forme sinuose e aggraziate. Invano. Si era arresa compiacente, lasciandosi inghiottire dalle tenebre.

Eravamo sul punto di congedarci quando un sibilo ci raggiunse improvviso. Il suono di una frusta che gira a vuoto nell’aria. Linda e Simona si sporsero dal cornicione per individuare la fonte di quello strano suono ma la voce di Cetto le colpì con la forza di uno tsunami. “Ragazze, sono gli Oroh… Abbassiamoci tutti e stiamo zitti, non devono né vederci né sentirci altrimenti son guai!”

Non potendo più trattenere la mia curiosità, afferrai Cetto per un braccio. “Ci vuoi spiegare una buona volta cosa sta succedendo?” – strillai con la voce che rasentava l’isteria. Cetto mi chiuse la bocca con una mano e con l’altra si portò un dito alle labbra, invitandoci a tacere. Poi fece segno di abbassarci e gattonando si allontanò dal cornicione. Lo seguimmo tutti senza obiettare.

Regnò il silenzio per parecchi minuti. Linda si stava accendendo una sigaretta quando giunse un nuovo sibilo. Istintivamente mi voltai verso Cetto che mi rispose con uno sguardo agghiacciante. Passammo un buon quarto d’ora con il fiato sospeso, accovacciati l’uno accanto all’altro sui materassi. L’aria era umida e greve. Piccole gocce di sudore scivolavano imperturbabili lungo i nostri volti ma nessuno di noi se ne curava. Eravamo molle chiuse in una gabbia, pronte a scattare da un momento all’altro. L’atmosfera diventava sempre più opprimente.

Finalmente Cetto infranse il silenzio. “Non so dirvi esattamente di cosa si tratti. Ho vissuto otto mesi a Ouidah e ogni volta che si pronuncia la parola Oroh la gente si oscura, pietrificata dal terrore. Sembra siano dei vodù che raramente si manifestano in pubblico ma quando escono è il delirio. Per tre notti consecutive si riversano per le strade di Ouidah e tutti i beninesi si rintanano atterriti nelle loro case. Si dice che quando incontri un Oroh sei segnato. Se non sei un iniziato al vodù ti costringono a diventarlo. Se sei un bianco – un yovo, come ci chiamano loro – ti derubano di tutto. In entrambi i casi sei spacciato. Pare che le buone maniere non siano una loro prerogativa”.

Il solito modo di Cetto di affrontare la vita, sdrammatizzando, pensai un istante prima dell’inizio di una nuova serie di sibili provenienti dalle vicinanze della Maison. Ci dibattevamo tutti tra il desiderio di spingerci oltre il parapetto per poter dare una forma concreta a quei suoni sinistri e l’ansia paralizzante di cui eravamo preda. In un bisbiglio, Linda raccontò che l’anno prima una ragazza, sopraffatta dalla curiosità e incurante degli ammonimenti di Justine, si era affacciata al balcone ed era riuscita a vederli. Ma anche loro, gli Oroh, l’avevano vista e avevano assediato la casa per tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di panico incessante per quella presenza oscura e maledettamente inquietante.

Credo che nessuno di noi riuscisse a capire fino in fondo l’angoscia della gente di Ouidah, considerandola semplicemente il frutto di una stupida credenza popolare. Al contempo nessuno di noi si sentiva completamente al sicuro. Sedevamo vicini, sullo stesso materasso, senza avere nemmeno l’ardire di accendere una sigaretta o di tossire. Le nostre parole erano sussurri, iniziati per gioco e trasformatisi poi nell’esternazione del nostro stato d’animo. Un’inquietudine irrazionale che si scontrava con il desiderio razionale di dare un senso a quanto stavamo vivendo.

Sempre sussurrando ci mettemmo a tempestare Cetto di domande di cui lui non possedeva le risposte. “Ragazzi, vi ho già detto tutto ciò che so. Nessuno vi svelerà niente di più sugli Oroh. È un argomento tabu a Ouidah. Finiamola qui. C’è un muro invalicabile tra noi e loro. Una diversità culturale di fondo che ci impedisce di capire…”. “O più semplicemente” – sentii la mia voce ribattere in lontananza, come se fosse qualcun altro a parlare – “non c’è proprio nulla da capire. Siamo noi occidentali che dobbiamo sempre razionalizzare tutto ritenendo privo di senso ciò che non riusciamo a spiegarci. Perché non ammettere invece che in questo caso è la nostra ignoranza a innalzare il muro di cui parli? E che forse…”

Non ebbi il tempo di terminare la frase. Direttamente dalla strada si alzò implacabile una nuova ondata di sibili che ci azzittì tutti all’istante.

E tra un sussurro e un sibilo tirammo le cinque di mattina, formulando congetture e avanzando ipotesi che sarebbero rimasti tanti “se” sospesi nell’aria.

Stava ormai albeggiando quando esausti, turbati e pieni di dubbi ci ritirammo nelle nostre stanze, avendo l’accortezza di chiudere bene le porte per lasciare fuori gli Oroh.

La Globetrotter

 

E tu, hai mai vissuto situazioni surreali nel corso di un viaggio? Se si, raccontamelo… sono tutta orecchi!

6 comments

  1. Non potrò mai dimenticare l’atmosfera di quella sera e sono felice di aver contribuito al tuo successo. Hai una energia eccezionale che ti porterà lontano. Grande Diana Maria Facile

    • Diana
      Author

      Eh si, Linda, però ci siamo divertite! Ma speriamo che mi porti lontano, ho l’umore decisamente altalenante… Grazie!

    • Diana
      Author

      Ahahah, verissimo! Anche quella è stata una situazione assurda… prima o poi scriverò un racconto sulla questione!

  2. Ivan

    Sì. Ho passato una notte nella foresta insieme a Tata Humberto uno sciamano indigeno a La Paz, una frazione di Villa Garzon nella regione del Putumayo in Colombia. Ho provato l’esperienza dello yage, una pianta allucinogena e un indios ha iniziato a scalciare da terra l’amaca vicino e si dimenava come un pazzo gridando a squarcia gola. Han dovuto tenerlo fermo in cinque persone: due dalle gambe, due dalle braccia e una signora gli teneva la testa. Haribol

    • Diana
      Author

      Ciao Ivan, l’ho provata anche io l’ayahuasca o yage, come lo chiamamo nella selva colombiana! Io ho avuto una bella esperienza, spero lo stesso valga per te… un abbraccio

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